Il Regno Unito esce dall’UE? Ecco cosa sta realmente cambiando per noi italiani

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Il Brexit, ovvero il referendum popolare con cui i cittadini britannici decideranno se restare in Unione Europea o meno, preoccupa i molti connazionali che vivono a Londra visto che, non solo le previsioni di voto sono incerte, ma soprattutto non è chiaro cosa succederà nel caso in cui il Regno Unito uscisse dall’UE. Tuttavia, qual è la situazione al momento?

Ecco quali sono le ultime mosse messe in atto da del Governo britannico in vista del referendum.

Il dato confortante (forse) è che David Cameron non ha alcuna intenzione di far uscire il suo paese dall’Unione: durante la campagna elettorale per le elezioni di maggio 2015, è stata soprattutto la p èaura di una possibile vittoria del partito euroscettico e nazionalista UKIP che ha spinto il Primo Ministro a esprimere una posizione forte sulla questione dell’immigrazione europea “senza controlli”, promettendo di indire un referendum popolare sulla permanenza in UE nel caso fosse stato rieletto. Dal momento che non ha dovuto abbandonare il numero 10 di Downing Street, l’obiettivo di Cameron adesso quello di negoziare un accordo con gli altri membri e le istituzioni dell’Unione che sia vantaggioso per il Regno Unito, in modo da condurre una campagna per il “” all’Europa.

Il punto principale su cui si gioca la questione “Brexit” (anche se non è il solo) riguarda proprio l’immigrazione europea e soprattutto la possibilità di accedere ai sussidi pubblici dello Stato. Per arginare il fenomeno del turismo dei benefit – cioè il trasferimento di persone in un dato Paese solo perché è più facile ricevere aiuti pubblici – proprio il precedente governo Cameron, nel biennio 2013-2015, aveva adottato una serie di riforme per ridurre – prima a 6 mesi, poi a 3 – la concessione dei sussidi (JSA e Housing Benefits) ai disoccupati europei in cerca di lavoro in Gran Bretagna. Adesso, l’attenzione si è spostata verso i sussidi concessi ai lavoratori provenienti da un altro Stato Membro: il Primo Ministro aveva infatti richiesto che per i primi 4 anni di permanenza, i lavoratori UE a Londra non potessero ricevere alcun aiuto statale.

Nonostante la legislazione europea preveda il principio di non discriminazione per i lavoratori UE in un altro Stato Membro (è uno dei fondamenti della libertà di circolazione), il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, per evitare il rischio Brexit, ha raggiunto un parziale accordo con la Gran Bretagna sulla questione. Martedì 2 febbraio, Tusk ha concesso a Londra la possibilità di attivare un “freno d’emergenza” per quanto riguarda l’accesso agli in-work benefits (ad esempio housing benefits, child benefits e working tax credits).

In particolare, la Commissione dovrà proporre un testo che permetta al Regno Unito (o ad altri Stati Membri) di vietare ai lavoratori europei di accedere a questi sussidi nei primi quattro anni di permanenza nel Paese, anche se in condizioni eccezionali e secondo procedure da definire a livello di Unione. In ogni caso, lo Stato Membro dovrà chiedere l’approvazione della misura restrittiva al Consiglio dell’UE, che dovrà dare il suo consenso a maggioranza qualificata su una proposta redatta dalla Commissione.

Questo primo accordo, però, sancisce anche che queste restrizioni a carico dei lavoratori UE dovranno “gradualmente” diminuire, man mano che le persone in questione si integreranno nel sistema britannico. Inoltre, per il momento, Tusk non ha accettato la proposta di Cameron di interrompere l’erogazione di assegni familiari (child benefits) ai genitori che vivono e lavorano in Gran Bretagna ma che hanno i figli all’estero.

Il Primo Ministro britannico si è detto abbastanza soddisfatto dell’accordo raggiunto – sebbene “c’è ancora lavoro fare” – e vorrebbe indire il referendum per il 23 giugno 2016. Ci riuscirà? Poiché, secondo la legislazione britannica, servono tre-quattro mesi tra l’annuncio della data del referendum e il giorno del voto,  l’Unione dovrebbe essere in grado di redigere un testo condiviso entro il 18-19 febbraio, quando si terrà il summit di tutti i 28 capi di stato e di governo. A livello interno, per il momento sembrano essere in vantaggio (seppur di poco) i sostenitori dell’uscita dall’Unione Europea, foraggiati da una parte dei media inglesi – Telegraph e Mail su tutti – e dalla destra più reazionaria, che vedono nell’accordo raggiunto da Cameron “una vittoria di Pirro”. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

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