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Brexit, lo smacco a Johnson: “Sospensione parlamento illegale”

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EU Network
AEMORGAN

Come nel perfetto crescendo di una serie tv Netflix, la Suprema Corte di Londra si è espressa sul controverso blocco delle attività parlamentari voluto dal premier Boris Johnson lo scorso agosto e avallato dalla Regina non molto tempo fa. Ebbene, non soltanto il Parlamento “ha diritto di parola” su un cambiamento epocale come l’uscita dalla UE, ma addirittura la prorogation sarebbe illegale, nulla e senza effetto.

Una decisione dal sapore storico e di vaga rivalsa, soprattutto per quanti si erano strenuamente opposti a quello che, da più parti, era stato additato come un bavaglio. Così si potrebbe riassumere la sentenza della Suprema Corte della Gran Bretagna che si è espressa sul tentativo di fermare i lavori parlamentari per qualche giorno.

La volontà era di sospenderli per cinque settimane, fino al 14 ottobre, cioè due settimane prima della fatidica scadenza; il 31 ottobre, infatti, al netto di nuovi e probabili colpi di scena, il Regno Unito dovrà abbandonare l’Unione con o senza accordo.

“La prolungata sospensione della democrazia parlamentare,” si legge negli atti, “è avvenuta in circostanze eccezionali” vale a dire a ridosso di una gigantesca revisione della Carta. “Il Parlamento, ed in particolar modo la Camera dei Comuni come rappresentante eletto del popolo, ha diritto di parola su come questo cambiamento debba avvenire. Gli effetti sui princìpi fondamentali della democrazia sono stati estremi.” La conclusione ha lo stesso suono di uno schiaffo in faccia a Johnson:

“È impossibile per noi concludere, in base alle evidenze fornite dinnanzi a questa Corte, che sussistesse alcuna ragione -men che meno una ragione valida- per consigliare a Sua Maestà di aggiornare la seduta del Parlamento per 5 settimane, dal 9 al 12 settembre fino al 14 ottobre. Non possiamo ipotizzare, in assenza di ulteriori elementi, quali possano essere state tali ragioni. Da qui deriva che tale decisione era illegale.”

Cosa ribadita poco dopo nella documentazione, in cui si legge che “nessuna giustificazione per un atto dagli effetti così estremi è stata illustrata davanti alla Corte”.

Il risultato è un colpo di spugna retroattivo, come se il Parlamento non fosse mai stato messo in pausa; dunque, gli speaker della camera dei Comuni e dei Lord dovranno riconvocare le Camere al più presto, così da restituire al Parlamento la dignità e i poteri di legiferazione che sono sua prerogativa.

Manco a dirlo, i laburisti si sono subito dati ai festeggiamenti, chiedendo immediate dimissioni che però -altrettanto prevedibilmente- per ora non arriveranno. Da New York, dove si trova per l’Assemblea generale ONU, Johnson dichiara infatti di essere in disaccordo con i giudici. “Il Parlamento,” ha chiosato, “ha avuto tre anni per dibattere la Brexit” e dunque, in un modo o nell’altro, il Regno Unito “lascerà l’Ue il 31 ottobre.”

Vedremo quanto reggerà alla pressione, soprattutto ora che voci discordanti iniziano a salire pure dal suo stesso partito. In ogni caso, gli è andata decisamente meglio che a Carlo I; pur con tutti i distinguo del caso, per il blocco del Parlamento nel 17esimo secolo, al monarca è stata tagliata la testa. Insomma, c’è chi sta peggio.

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