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Per Boris Johnson una Brexit No Deal potrebbe essere l’esito migliore per il Paese

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EU Network
AEMORGAN

Che l’elezione di Boris Johnson quale primo ministro del Regno Unito avrebbe provocato un deciso stop ai negoziati con l’Unione Europea, in vista della Brexit, era facilmente prevedibile sin dalla campagna elettorale. E quindi non sorprendono molto le ultime dichiarazioni che arrivano da Downing Street, che parlano di un No Deal come di un esito positivo per la Gran Bretagna.

Johnson ha infatti confermato di voler mantenere una linea dura e scevra da compromessi, arrivando così a sostenere che acconsentire alle richieste dell’UE sarà cosa impossibile se i negoziatori europei non riconsidereranno le proprie posizioni. Il capo del team che sta portando avanti la conversazione, Michel Barnier, ha già risposto che chiederà spiegazioni in merito a simili dichiarazioni che sembrano chiudere le porte a qualsivoglia intesa.

Il distacco della Gran Bretagna dall’Eurogruppo, composto ora da 27 nazioni, è avvenuto il 31 gennaio, tre anni e mezzo dopo l’esito del referendum che ha chiuso più di quattro decenni di viaggio insieme. L’ufficializzazione della Brexit avverrà però il 1 gennaio 2021 e la mancanza di un accordo apre scenari poco rassicuranti, almeno dal punto di vista diplomatico (difficile fare previsioni economiche, come abbiamo imparato in questi anni).

Ciò che è certo, tuttavia, è che il prossimo anno potrebbe essere inaugurato da dazi e altre misure economiche che separeranno e renderanno meno convenienti gli scambi tra UK e UE, attualmente il maggiore partner del Paese. Johnson, da parte sua, ha detto che il Regno Unito “prospererà grandemente” anche se dovesse avere lo stesso accordo commerciale che l’Europa ha con l’Australia. Cioè nessuno, ma questa è la formula preferita dai membri del governo per definire il No Deal, indicando un Paese economicamente solido.

A caratterizzare i negoziati, che da entrambe le parti sono descritti come poco costruttivi e che riprenderanno martedì per l’ottava volta, un punto importante come l’accesso delle navi europee alle acque di pesca del Regno Unito, nonché gli aiuti di stato alle sue aziende. Tra le maggiori preoccupazione c’è infatti il mantenimento della parità di condizioni delle imprese britanniche a livello di rispetto degli standard lavorativi ed ecologici; allo scopo di evitare la competizione sleale sul mercato è richiesto che il Regno Unito non inizi a inondare di denaro pubblico le proprie imprese.

Molto facile immaginare la risposta dei britannici: queste richieste non sono mai state poste ad altre nazioni con le quali l’Europa mantiene accordi di libero scambio, come per esempio il Canada, e non si comprende dunque perché il Regno Unito “dovrebbe scendere a compromessi sul principio base del controllo delle proprie leggi”. L’accusa, piuttosto esplicita, è quella di voler imporre a Londra le modalità con le quali l’UE conduce i propri affari.

A esacerbare gli animi, però, è l’annosa questione dei rapporti tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, Paese membro dell’Unione Europea. Stando ad alcune indiscrezioni, diffuse anche dal Financial Times, il governo starebbe progettando leggi nazionali che annacquerebbero e renderebbero praticamente carta straccia gli accordi firmati che impegnano il Regno Unito a mantenere aperto il confine tra i due Paesi.

Un impegno, ha ricordato il negoziatore Barnier, vitale per il mantenimento della pace tra i due Stati e per la protezione del mercato unico, ma anche una pre-condizione e un simbolo di fiducia tra UK e UE sul rispetto di tutto ciò che è stato siglato nel passato. Il sospetto è che il Regno Unito stia cercando di creare confusione per raggiungere un accordo migliore: una tattica molto pericolosa, secondo diversi commentatori.

A rimanere certe sono solo le scadenze, anzi forse neanche quelle. L’Unione Europea ha affermato che un accordo dovrà essere siglato prima dell’inizio di novembre per permettere al Parlamento di esprimere la propria approvazione, prima che si concluda il periodo di transizione.

Johnson, che secondo alcune voci sarebbe pronto a dimettersi il prossimo anno a causa di cattive condizioni di salute dopo il ricovero da Covid-19, ha invece parlato di una stretta dei tempi per la metà di ottobre: “Se per quel periodo non saremo in grado di trovare un accordo allora dovremo accettare un No-Deal e andare avanti”, ha concluso con la sua solita verve pragmatica. Riuscirà a impressionare gli avversari?

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