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Elezioni UK, tutto quello che c’è da sapere sui candidati a Downing Street!

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AEMORGAN

Ora che Boris Johnson ha formalizzato lo scioglimento della Camera dei Comuni attraverso un incontro ufficiale con la Regina Elisabetta, la campagna elettorale inglese preme sull’acceleratore in vista delle elezioni anticipate del prossimo 12 dicembre 2019. In attesa di conoscere quali colpi di scena segneranno le prossime 5 settimane, abbiamo pensato quindi di fare il punto della situazione, elencando i candidati più papabili per ognuno degli schieramenti politici in campo.

Perfino in un periodo storico come il nostro, caratterizzato da una sempiterna campagna elettorale, si è sentito il botto tra dimissioni, defezioni e toni sempre più fastidiosamente accesi.

Nell’ultima puntata della nostra serie Netflix preferita, la Brexit è stata rimandata di nuovo a gennaio 2020 col beneplacito dell’Unione Europea. La speranza del Primo Ministro, la cui unica raison d’être politica è l’uscita del Regno Unito dalla UE, è di quagliare qualunque risultato purchessia, ma la corsa è irta d’ostacoli. La situazione, incredibilmente traballante, si può riassumere così:

  • Boris Johnson: Falliti i tentativi di forzare la mano delle scorse settimane, Johnson si trova costretto a rimpolpare le proprie fila ricorrendo alle urne; in altre parole, per portare a casa il mantra del “Get Brexit Done” serve una maggioranza forte che sblocchi la situazione e che finalmente consenta al paese di uscire dall’impasse. E di governi forti, nell’Europa Occidentale di oggi, se ne vedono molto pochi. Quando va bene formano grosse coalizioni, e quando va male sono ostaggio di partitini più piccoli (o, come in Spagna, non trovano neppure una maggioranza). In bocca al lupo.

  • Jeremy Corbyn: Il leader dei Labour -col tradizionale approccio sfumato- affronta in modo indiretto la questione, e propone piuttosto di rimettere al centro dell’azione politica i servizi pubblici, i danni provocati da corruzione ed evasione fiscale, e infine l’inquinamento ambientale, caro soprattutto alle fasce elettorali più giovani. Per quanto concerne la politica estera, invece, l’intenzione è di rinegoziare un nuovo accordo con la UE da sottoporre nuovamente all’attenzione dei cittadini con un secondo referendum. Le tempistiche promesse sono ottimistiche: tre mesi per mettere a punto un accordo con l’Unione, e altre tre mesi per arrivare al voto referendario. In bocca al lupo pure a lui.

  • Jo Swinson: Più tranchant il capo dei liberal-democratici, che invece chiede la cancellazione in toto della procedura di Brexit e la defenestrazione della classe politica precedente che l’aveva chiesta. Per ottenere lo scopo, si è confederato con gli ambientalisti del Green Party e col partito gallese Plaid Cymru, entrambi fieramente pro-remain.

  • Nigel Farage: L’uomo simbolo della Brexit ed ex-leader del partito indipendentista UKIP cui dobbiamo una fetta importante del caos in alligniamo, spinge invece per il No Deal. A suo dire, l’accordo di Johnson sarebbe troppo morbido, un tradimento degli ideali della Brexit. Nientemeno.

  • Nicola Sturgeon: Nel bel mezzo della contesa, c’è il partito nazionalista scozzese SNP che invece pretende un referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito; e già che c’è, in caso di vincita delle elezioni ha già promesso battaglia contro la privatizzazione del servizio sanitario inglese e il veto a qualunque tipo di accordo a riguardo col presidente USA Trump. Vedremo se fanno sul serio.

Appuntamento al 13 dicembre 2019, dunque, il giorno depo elezioni. Impossibile prevedere il quadro che ci si presenterà davanti, ma qualcosa ci dice che sarà molto diverso da quello che abbiamo visto finora.

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