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Come stanno i Charity Shops di Londra (e non solo) dopo il lockdown?

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AEMORGAN

Ci sono 11.200 negozi di beneficenza nel Regno Unito, con 233.000 volontari che aiutano a raccogliere quasi £ 300 milioni per cause buone ogni anno. Tuttavia, a causa del Coronavirus, si stanno creando gravi difficoltà operative ed economiche per i Charity Shops.

Le motivazioni principali sono legate alla carenza cronica di personale, alla necessità di mettere in quarantena le scorte ricevute in donazione, al garantire l’allontanamento sociale nei negozi ed ai timori di contrarre l’infezione da parte dei clienti. Non ultimo anche il problema dell’invasione delle donazioni dovuto al repulisti di case e garage che tutti hanno fatto durante il lockdown che ha creato grosse difficoltà nella gestione. 

Ad ogni modo, le donazioni restano ben accette, anche se i rivenditori hanno avvertito che, proprio per evitare di essere sopraffatti, gradirebbero ricevere le donazioni dilazionate e non tutte nei primi mesi di apertura. Per donazioni più consistenti, invece, si consiglia di telefonare in anticipo in modo da informare il personale che si sta arrivando e consegnare qualsiasi stock donato sul retro del negozio o con accorgimenti di distanziamento sociale.

Molti enti di beneficenza sono stati costretti ad utilizzare magazzini o negozi non aperti come punti di consegna per l’eccesso di donazioni e per la necessità di una quarantena dello stoccaggio: gli abiti, infatti, devono essere depositati per almeno 72 ore prima di poter essere messo in vendita, al fine ridurre il rischio di trasmissione del coronavirus, come indicato dalla Charity Retail Association.

Per rassicurare i clienti va inoltre ricordato che, come da protocollo, ogni capo od oggetto donato viene controllato, sterilizzato con il vapore e sanificato prima di essere esposto per la vendita.

Sempre in ottica di una maggiore sicurezza, il potenziale acquirente non potrà più provare capi di abbigliamento perché i camerini sono stati chiusi temporaneamente.

Ovviamente l’ingresso nei negozi è contingentato, è sempre presente il disinfettante per le mani, uno schermo alla cassa e vengono incentivati i pagamenti con carta.

Mantenere la redditività dopo il blocco è una sfida difficilissima per i negozi di beneficenza, soprattutto a causa della cospicua perdita di volontari. Molti di questi appartengono a categorie vulnerabili, perché hanno più di 70 anni e quindi hanno maggiori probabilità di ammalarsi gravemente in caso contraessero il COVID-19.

I negozi di beneficenza britannici come Save the Children, Cancer Research, The British Heart Foundation e Oxfam ed altri, stanno lanciando una campagna di reclutamento proprio col timore che fino alla metà dei volontari che lavorano al loro interno, potrebbero non essere in grado di tornare.

Rispetto agli incassi, la Charity Retail Association stima che i negozi di beneficenza abbiano perso 3,4 milioni di sterline di entrate al giorno durante il periodo di lockdown. Per questo il governo del Regno Unito ha promesso 750 milioni di sterline di assistenza, ma è improbabile che ciò compensi la carenza delle finanze del settore.

Nonostante la lamentela comune che troppi negozi di beneficenza rovinano quartieri, vogliamo sottolineare che i charity fungono anche da “santuario” per le persone anziane, disabili e isolate che frequentano regolarmente i negozi, non per comprare ma perché soli o per ricevere una parola di conforto. 

Come Londra da Vivere, invitiamo tutti ad acquistare nei charity shops, non solo perché si risparmia e si possono trovano super affari, ma perché ci consentono di riciclare i nostri beni e promuovono la moda sostenibile. Inoltre, sono un faro per l’ambientalismo; l’anno scorso 339.000 tonnellate di vestiti sono state tenute fuori dalla discarica grazie a negozi di beneficenza che sono in grado di riutilizzare o riciclare il 90% delle donazioni. 

Per chi fosse interessato, questo il link per aderire alla campagna di reclutamento di volontari:

https://www.charityshopvolunteer.org.uk/#/

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