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Covid, le ragioni per cui in Uk l’emergenza è più grave che in altri Paesi europei

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AEMORGAN

Sembra sia passata una vita, eppure è trascorso solo un anno (era il 20 gennaio 2020) da quando il governo di Pechino ammetteva, per la prima volta, di aver identificato un nuovo tipo di virus, dagli effetti ancora parzialmente sconosciuti, ma particolarmente preoccupanti.

La notizia, che sulle prime non allarmò più di tanto l’occidente (la Cina è lontana, si affermava con troppa sicurezza), in poche ore fece il giro del mondo, entrando di prepotenza nel palinsesto delle news dei telegiornali, accompagnata dalle immagini del mercato di Wuhan – in cui si diceva che il virus fosse stato trasmesso dagli animali all’uomo – e delle strade deserte della città cinese, la prima al mondo a sperimentare quel lockdown destinato a diventare lo strumento più utilizzato per contrastarne la diffusione.

Un anno in cui tutti noi abbiamo dovuto imparare a convivere con chiusure, mascherine, separazioni familiari, quarantena, distanziamento sociale, paure diffuse e grande, spesso profonda, angoscia.

Eppure, nonostante tutto ciò, la via d’uscita, ad oggi, sembra non essere ancora vicina: le speranze sono tutte riposte nel vaccino da poco introdotto, e sotto questo punto di vista – bisogna preliminarmente ammetterlo – la Gran Bretagna è avanti a tutti gli altri Paesi europei in termini di somministrazione ai cittadini. È trascorso un anno, ma la maggior parte dei Paesi al mondo è ancora alle prese con una seconda, a volte terza, ondata di contagi che sembra essere addirittura più violenta e virulenta della prima, e l’Europa, anche in questa occasione, sta pagando uno scotto pesantissimo.

PROBLEMA UK

Fra i Paesi europei, quello che preoccupa più degli altri, è la Gran Bretagna, che già la scorsa primavera aveva registrato numeri da capogiro, sia in termini di contagi che di decessi. Durante questa seconda ondata, poi, complice anche la nuova e più contagiosa variante del virus, il paese sta pagando un prezzo altissimo. La scorsa settimana si è sfondato il muro dei 60 mila contagi giornalieri e questa settimana a far venire i brividi è il numero dei decessi (stabilmente sopra i 1500 giornalieri).

Un bollettino che descrive una guerra in corso, silenziosa ed invisibile, che si combatte principalmente fra le mura degli ospedali, mentre fuori, troppe volte, non sembra esserci piena consapevolezza di quanto realmente stia accadendo.

È un caso che sia proprio la Gran Bretagna il Paese europeo più colpito da questa seconda ondata? Come può spiegarsi questo evidente sopravvento del virus in UK, nonostante un sistema di regole (o forse sarebbe più corretto chiamarle consigli) tese a favorire il distanziamento sociale, unico vero baluardo contro la diffusione del virus?

UNA BRUTTA STORIA PARTITA MALISSIMO

In realtà se c’è un posto in cui questa brutta storia è partita in modo ancora più drammatico, quel posto è proprio la Gran Bretagna. Era lo scorso marzo, e mentre tutti i Paesi europei più colpiti si preparavano al primo lockdown, il neo Primo Ministro inglese, Boris Johnson, affermava che la Gran Bretagna, non avrebbe seguito la strada della serrata collettiva, ma avrebbe cercato di raggiungere la cosiddetta immunità di gregge.

Non solo. Il premier ci tenne a specificare (e qui il livello di cinismo sfiorò vette da primato) che «molte famiglie avrebbero perso i loro cari». Salvo poi cambiare idea pochi giorni dopo, e rimanere egli stesso vittima del virus, che lo costrinse ad un ricovero in ospedale che destò non poche preoccupazioni.

IL PRIMO PASSO FALSO

Insomma, in Gran Bretagna anche la politica ci ha messo del suo, lanciando inizialmente un messaggio controverso che ha contribuito a ritardare la creazione di una coscienza collettiva in grado di instaurare una consapevolezza immediata circa la vera pericolosità di questo virus.

Ed infatti, anche dopo il 23 marzo 2020, giorno in cui il governo Johnson sanciva il primo lockdown nazionale, camminando fra le strade di Londra era raro incrociare volti coperti da mascherine. Ma non solo, addirittura sui mezzi pubblici e nei negozi pochissimi indossavano il dispositivo protettivo e fra quei pochi, la maggior parte erano italiani (i quali spesso venivano guardati come alieni).

UNA SITUAZIONE ANCORA MOLTO DIFFICILE

Da allora sono trascorsi mesi, e il virus ha avuto il tempo di diffondersi con tutta la sua forza letale. Nonostante ciò, le cose in termini di comportamenti individuali non sono cambiate poi così tanto. Nonostante il livello di restrizioni massimo (Tier 5), ancora oggi, è assolutamente normale vedere tantissime persone in giro camminando per le strade delle città britanniche. In molti, poi, continuano a girare senza mascherina e in barba alle regole del distanziamento sociale.

E non è nemmeno così raro imbattersi in qualche sciagurato senza mascherina sui mezzi pubblici e nei supermercati. Una situazione che ha addirittura costretto la famosa catena di supermercati Sainsbury’s, a comunicare che, (a seguito di alcune aggressioni), i propri dipendenti verranno affiancati da guardie di sicurezza, il cui compito sarà quello di far rispettare l’obbligo di indossare la mascherina all’interno dei suoi store.

COMUNICAZIONE LOW PROFILE

Fra le tante differenze tra Uk ed Italia, giusto per guardare anche in “casa nostra”, c’è sicuramente la diversa strategia comunicativa adottata dai due Paesi.

Mentre in Italia i media hanno puntato sull’impatto emotivo sin dal primo momento, sul coinvolgimento emozionale capace di creare nelle persone una coscienza reale della pericolosità del virus (chi non ricorda il corteo di bare fra le strade del centro di Bergamo? Chi non ha un virologo di riferimento, fra i tanti divenuti volti televisivi? Chi non ha mai visto almeno un servizio giornalistico dal reparto Covid di uno dei tanti ospedali italiani?), in UK le scelte comunicative sono state decisamente differenti. Si è deciso di puntare su un racconto low profile, di parlare freddamente dei numeri, senza mostrare i volti. Si è scelto di non cercare l’impatto emotivo e di non sovraccaricare il racconto di drammaticità.

Una scelta – anche questa – certamente in linea con la tradizione anglosassone, ma che, se da una parte ha evitato in molte occasioni di generare il panico, dall’altra non ha contribuito a far comprendere fino in fondo la gravità della situazione.

MANCA IL GUARDIANO

In uno scenario come quello attuale, in cui i contagi non sembrano volersi arrestare e gli ospedali sono in una situazione di difficoltà estrema (si conta il 70% di ricoveri in più rispetto ad aprile), il dubbio che sorge spontaneo è se le regole imposte in Gran Bretagna si siano dimostrate davvero efficaci.

Forse, più che le regole stesse, la questione coinvolge principalmente il sistema di controllo e quello sanzionatorio. Il dubbio, che messo così può apparire banale, in realtà non lo è affatto. Esso, infatti, riguarda il fondamentale filone delle libertà individuali e la possibilità da parte dello Stato di comprimerle.

È chiaro che in una democrazia liberale come quella britannica, fra le più avanzate e collaudate al mondo, il concetto di libertà individuali rappresenta uno dei punti cardini dell’intero sistema. Ed è altrettanto chiaro che si sia deliberatamente deciso di non creare un sistema di controllo e di sanzioni rigoroso e in grado di incoraggiare il rispetto delle regole, proprio per la ritrosia del governo ad incidere eccessivamente sulla vita dei cittadini.

LA REGOLA DEL BUON SENSO

Allo stato attuale, per esempio, la regola generale stabilisce l’obbligo (consiglio) di rimanere in casa, salvo che per esigenze fondamentali (fare la spesa – esigenze mediche – sport all’aperto); ma chi controlla che questa regola venga davvero rispettata? Esiste una sanzione per chi non rispetta questa regola o quella di indossare la mascherina e di non assembrarsi dentro o fuori dalle abitazioni? Ma soprattutto, chi vigila sul rispetto della quarantena e dell’autoisolamento di chi è risultato positivo?

Più che regole, quelle disposte dal governo britannico sono degli inviti, delle esortazioni al buon senso. Ma in una fase delicata come quella che viviamo, è sufficiente affidarsi solamente al buon senso?
La risposta a questi interrogativi è evidentemente contenuta nei numeri drammatici che affliggono il Paese in questo momento.

LIBERTÀ O DIRITTO ?

Insomma, se dal punto di vista economico la Gran Bretagna è uno dei Paesi che si è dimostrato in assoluto fra i più efficienti nell’attutire il colpo generato dal Covid 19 (è sufficiente pensare che il sistema del furlough garantisce l’80 % del salario a chi non sta lavorando a causa del virus fino a fine aprile 2021), dal punto di vista del sistema di gestione della diffusione del virus, i dubbi sono sicuramente maggiori. Assodato che la democrazia liberale britannica ha decisamente a cuore il tema delle libertà individuali e si ispira, anche da questo punto di vista, al laissez faire di friedmaniana memoria, un interrogativo sorge comunque spontaneo: nell’ottica di un bilanciamento di interessi contrapposti, è giusto che a prevalere sia la libertà del singolo individuo di fare ciò che ritiene più opportuno per sé, o il diritto dell’intera collettività alla salute?

È proprio sulla risposta a questo interrogativo che si gioca l’intera partita sulla gestione della pandemia in Gran Bretagna.

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