5 cose che non sopportiamo degli inglesi quando parlano inglese

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Io parlo inglese. Parlavo inglese ancora prima di venire in Inghilterra. O almeno, credevo di parlarlo. Perché non parlavo mica come gli inglesi. Oh, no di certo. Me ne sarei visto bene visto che le cose di cui vi parlo sotto me le fanno girare ancora adesso che ci sono abituato, figuratevi prima.

1) Everything is lovely

Avete presente la canzone “Everything is Awesome” di The Lego Movie? Un jingle che spacca in un mondo in cui è tutto fantastico. Ma gli inglesi sono più compassati. Per loro le cose sono “lovely“. Che in italiano si può tradurre in molti modi, da bello ad adorabile, da squisito a delizioso. Qualsiasi cosa, purché esprima un sentimento di piacevolezza.

Però io quando sono arrivato a Londra mica lo sapevo che gli inglesi utilizzano la parola come i veneziani tirano i porconi. E quindi ogni volta che sentivo un lovely lo prendevo come un complimento. Il che mi ha lasciato parecchie perplessità dopo il mio primo colloquio di lavoro. Perché per ogni cosa che dicevo la loro risposta era quella: lovely, al che io pensavo “Bella, sto spaccando”. Poi mi arriva la mail che mi dice che non sono passato. E io non mi capacito. Ci ho messo un po’ per sciogliere l’enigma.

2) Please, please, please, thank you

Chiedere please, per favore, è buona abitudine in qualsiasi lingua. Ringraziare per aver ricevuto qualcosa anche. Ma gli inglesi ti chiedono please anche quando non ti chiedono niente e ti ringraziano anche quando non hai fatto nulla. E te ne rendi conto quando cominci a ricevere mail: “Please, find attached the document”… “Per favore, trova il documento allegato”? Ma cos’è una caccia al tesoro, o lo hai perso e mi stai chiedendo di ritrovartelo? Ovviamente il please inizia la frase, fa capolino per due o tre volte, e termina il periodo.

Il thank you poi. Se io ringrazio mi aspetto un “non c’è di che”, “ma ti pare” o al massimo niente. Non un altro grazie di risposta. Se ti sto ringraziando è perché mi hai fatto un piacere o mi hai reso un servizio. Perché allora ringrazi tu me? Ma l’alto livello di customer service e cortesia inglesi sono proverbiali. Diciamo pure fastidiosi.

3) Pop & cheers

Ricordo la mia prima lezione di inglese alle medie col libro illustrato, dove imparai che “cheers” significava cin cin. E per vent’anni ho sempre pensato si usasse solo per i brindisi. Vengo a Londra e scopro che gli inglesi lo usano per tutto: per brindare, per dire grazie, per salutare, ci manca poco che lo dicano pure quando ruttano.

Poi a Londra imparo un’altra parola. Oddio, parola: “pop“. Gliela sento dire dappertutto: I’ll pop out, pop in, pop there, pop to the toilet… gli inglesi poppano dappertutto, manco fossero un tubo di Pringles. Dopo il millesimo pop in cui cerco di decifrare il significato mi arrendo a leggerlo sul vocabolario: “fare un salto”. Da noi tre parole, da loro tre lettere. Shakespeare si starà rivoltando nella tomba.

4) Howaralright

Ok, in ogni lingua e cultura che io conosca c’è l’abitudine di chiedere “come stai” a una persona che incontri. Pura formalità, è un’espressione buttata là per iniziare la conversazione. Ma quando gli inglesi  ti chiedono “How are you” si ASPETTANO la risposta. E sembra maleducato non dargliela. Peggio ancora, è maleducato rispondergli e non chiedergli a loro volta come stanno. Il che porta al primo minuto di conversazione standard con tutti gli inglesi.

“How are you?”

“I’m alright, thanks. And you?”

E lì scatta il rispostone “Yeah, not too bad”, non male, con quel tono di quello che gli è appena morto il gatto, scaduta l’assicurazione della macchina, andato male di corpo ma alla fine chissenefrega, tiriamo a campa’.

5) True English

Si dice che l’inglese, quello vero, lo si impari solo in Inghilterra. Non in America, non in Australia, non in Sudafrica… solo nella grande terra madre. Però io gli americani, gli australiani, i sudafricani non ho mai avuto difficoltà a capirli la prima volta che ci ho avuto a che fare. Anche quando mi sfuggiva il significato di una parola, ne comprendevo perfettamente il suono.

Perché invece, nonostante i miei anni di esperienze all’estero, arrivato a Londra non mi sembrava avere per niente padronanza della lingua? Perché mi perdevo nell’accozzaglia di suoni vocalici di chi non ha tempo di pronunciare ogni singola lettera e taglia tutte le parole: dal “mei” per mate alla singola h aspirata per dire “hat”. Fino a sistemi più complessi come “aaiuduinmeiyolrai?” di saluto. Non so se si impara davvero il vero inglese qui, ma sicuramente si sviluppa un orecchio fine.

E alla fine della fiera, la cosa peggiore è che adesso parlo anche io come loro.

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