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Diritti Transgender, Boris Johnson fa retromarcia

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AEMORGAN

In un momento storico tanto delicato, in cui milioni di persone chiedono più inclusione e uguaglianza, Boris Johnson innesta la retromarcia sui diritti della comunità Transgender. Stando alle indiscrezioni pubblicate dal Sunday Times, il governo britannico si prepara a rottamare le proposte di legge che avrebbero sburocratizzato la disciplina per ottenere il cambiamento dell’identità di genere a livello legale. E, contrariamente a quel che potrebbe sembrare ovvio, è un problema che riguarda noi tutti, e vi spieghiamo perché.

Tutto era nato sotto il fu-governo di Theresa May; un impianto di legge di stampo progressista che avrebbe semplificato la vita delle persone transgender che decidono di intraprendere il percorso di transizione sessuale.

Ad oggi, la normativa che permette il cambio di sesso sui documenti è farraginosa e costosa, irta di ostacoli e ampiamente criticata. In più costringe a sottoporsi al giudizio finale del Gender Recognition Panel, uno speciale tribunale costituito da medici, avvocati e psicologi che concede a propria discrezione l’autorizzazione al cambio di sesso. Una procedura che le associazioni LGBTQ bollano come umiliante e inutilmente burocratica.

I piani iniziali del governo May, invece, intendevano abolire tutto ciò grazie a due importanti innovazioni:

  • Auto-Identificazione: In luogo di un lungo iter medico e burocratico, sarebbe bastata una semplice auto-certificazione per modificare il certificato di nascita.
  • Identità Non Binarie: Riconoscimento di chi non si riconosce nel modello uomo/donna; alcuni infatti non si considerano né uomo né donna, mentre altri pensano a sé stessi come entrambi o non esclusivamente uomo o donna.

Una mossa, quella di Johnson, che fa pendant con l’iniziativa del suo omologo a stelle e strisce, Donald Trump, che proprio in questi giorni ha allegramente abolito le leggi a tutela delle persone Transgender nella Sanità USA. Tuttavia, per indorare un po’ la pillola (Brexit o no, siamo pur sempre europei e per fortuna su certi temi abbiamo un briciolo di sensibilità in più), il primo ministro britannico ha intenzione di “placare la comunità LGBTQ+” rendendo illegali le cure di conversione gay.

È un divide et impera da manuale. Il sottotesto è: ora che gay e lesbiche sono oramai sdoganate a livello pubblico, nessun problema a discriminare la comunità Trans. Tanto, è la minoranza della minoranza, chi vuoi che se ne accorga? (Risposta: se ne accorge quell’1% di popolazione Trans inglese che dovrà convivere con queste leggi).

Ed è proprio per questo che il discorso non funziona, e che tutta la società civile deve alzare la voce. Se la morte di George Floyd ci ha insegnato qualcosa, è proprio che dobbiamo smetterla di creare categorie artificiose di privilegiati a cui va tanto e paria a cui vanno solo briciole (e che devono pure ringraziare, per quelle briciole). Compito della politica dovrebbe essere quello di rimuovere gli ostacoli che rendono difficile l’integrazione, nel rispetto delle regole, e con l’unico fine di creare una società più equa, inclusiva e in ultima istanza felice.

Non c’è battaglia della comunità black & brown senza la battaglia dei gruppi LGBTQ+, senza quella contro precariato e povertà, contro le barriere architettoniche, e in generale contro i pregiudizi . Lasciate perdere le mille sigle che diventano sempre più lunghe, le bandiere a cui si aggiungono colori ogni anno; non vi fate confondere dai sottili distinguo sulla sessualità: qui in ballo c’è molto di più. È la guerra degli ultimi contro i privilegiati. E se non vi sta a cuore la loro causa, spiace dirlo, probabilmente fate parte del problema.

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