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L’omicidio di Sarah Everard e quel caso che, a Londra, non è per niente isolato!

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AEMORGAN

All’improvviso l’irreale silenzio che avvolgeva una Londra ancora intontita dalla pandemia, si è frantumato sotto le grida potenti e cariche di rabbia e dolore di una città ferita, scopertasi ancor più fragile e insicura. Il barbaro omicidio di Sarah Everard, ha riaperto tagli già profondi, e riacceso i riflettori sul tema della sicurezza delle donne, una questione caldissima non solo qui in Gran Bretagna.

A rendere ancor più inaccettabile questa bruttissima storia è l’identità del presunto responsabile del terribile delitto: un agente di polizia affidato al Comando di protezione parlamentare e diplomatica. Insomma, i buoni che diventano cattivi, quelli chiamati a vigilare sulla vita di tutti che si trasformano in carnefici. Un fatto che da queste parti, ma non solo, ha generato un’ondata virale di indignazione, montata attraverso i social, e sfociata, negli ultimi giorni, nelle manifestazioni di protesta e di vicinanza alla famiglia della vittima, nelle quali migliaia di persone, soprattutto donne, si sono unite al grido di “She was just walking home”.

Eh già, perché questa giovane donna, la sera del 3 marzo intorno alle ore 21, non stava affrontando una prova estrema, né tantomeno si trovava in qualche luogo remoto del mondo; stava semplicemente tornando a casa, percorrendo a piedi le strade illuminate del centro città. In una Londra alle prese con la pandemia, in cui la solitudine spesso può essere terribile, Sarah si era concessa il lusso di cenare a casa di amici. Alle 21 aveva lasciato la loro abitazione, vicino al parco di Clapham Common, e durante il tragitto aveva telefonato al fidanzato. Le ultime immagini di Sarah sono stata riprese da una telecamera in strada alle 21.28. Da quel momento in poi la ragazza sparisce nel nulla e nessuno ne ha più notizie. Tanto che il giorno successivo il fidanzato è costretto a denunciarne la scomparsa.

Dopo diversi giorni, il 9 marzo, viene arrestato il primo sospettato: si tratta dell’agente di polizia Wayne Couzen. Un colpo durissimo sia per l’opinione pubblica inglese, che per le stesse forze dell’ordine. Le speranze di trovare Sarah Everard viva si infrangono il giorno successivo: viene rinvenuto un corpo fatto a pezzi in una zona boscosa della città di Ashford, nel Kent. Visto lo stato dei resti, solo l’analisi delle impronte dentali permette di accertare che quello è proprio il corpo di Sarah Everard.

Un epilogo terribile per una storia che ha fatto il giro del mondo e che, soprattutto qui a Londra, continua a tenere banco, viste anche le polemiche legate agli scontri con gli agenti intervenuti per disperdere le partecipanti alla veglia in ricordo di Sarah. Dopo la sua morte, infatti, tantissime donne le hanno voluto rendere omaggio riversandosi per le strade e, scandendo a piena voce il nome di Sarah, hanno chiesto giustizia e depositato fiori, cartelli e poesie. Un gesto tanto spontaneo quanto simbolico, con cui le donne hanno voluto riappropriarsi di quelle strade troppo spesso teatro di aggressioni e molestie, luoghi in cui guardarsi le spalle come prede indifese e indifendibili.

La veglia organizzata era stata vietata dalle forze dell’ordine e dall’Alta Corte in nome delle norme anti-distanziamento sociale rese necessarie dalla pandemia. Loro non si sono fermate, e hanno deciso di manifestale ugualmente, in modo civile, ma decise a far sentire la propria voce. Ne sono nati scontri con la polizia, che non hanno fatto altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco. A seguito di video e foto pubblicati e diventati virali sui social, che mostrano la polizia in atteggiamenti non proprio amichevoli verso ii partecipanti alla veglia, non sono mancate critiche da più fronti. In particolare, il ledear laburista Keir Starmer e il ministro degli Interni britannico Priti Patel hanno definito le immagini “profondamente inquietanti” e “scioccanti”, con quest’ultimo che ha chiesto alla polizia un’indagine approfondita sull’accaduto. “La polizia ha la responsabilità di far rispettare le norme sul Covid ma dalle immagini che ho visto è evidente che la risposta è stata a volte inopportuna e sproporzionata”, ha twittato il sindaco di Londra, Sadiq Khan.

Gli interrogativi che questo ennesimo brutale crimine ai danni di una donna ha generato, girano tutti intorno al fulcro del problema: la mancanza di sicurezza e protezione di cui le donne sono troppo spesso vittime è diventato un problema patologico che si traduce in un gap di libertà. Perché le donne devono aver paura di camminare da sole in strada quando comincia a fare buio? Perché in una via isolata devono guardarsi le spalle come se fossero delle potenziali prede? Perché per le donne camminare liberamente, correre e viaggiare da sole devono essere considerati atti rischiosi per la propria incolumità?

Secondo un sondaggio commissionato per UN Women UK, il 97% delle donne tra i 18 e 24 anni nel Regno Unito ha subito molestie sessuali, mentre l’80% di quelle di tutte le età è stata molestata in luoghi pubblici. Ancora più significativo è che il 96% delle donne che hanno risposto al sondaggio non ha denunciato il fatto, e il 45% ha detto che, tanto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Insomma, ne emerge un quadro poco lusinghiero, che evidenzia una sfiducia diffusa verso un sistema ritenuto non in grado di garantire alle donne la libertà fondamentale di condurre una vita normale, di tornare a casa liberamente in solitudine, di viaggiare, parlare o agire in piena libertà, senza dover sempre affrontare il peso di un pericolo che incombe. Una (il)logica che rappresenta un gap assoluto di civiltà, la cui volontà di abbattimento è tutta contenuta in quel grido amaro e disperato che in questi giorni riecheggia con forza per le strade di Londra: “She was just walking home”. Un grido che non può e non deve rimanere inascoltato.

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