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Londra, stranieri in fuga, affitti in calo e leadership finanziaria incerta. Che futuro attende la capitale inglese?

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La Gran Bretagna sta vivendo il maggior declino demografico dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Dallo scorso gennaio ad oggi, infatti, circa un milione e trecentomila stranieri hanno detto addio al Regno Unito e – dato ancora più allarmante – sono stati addirittura settecentomila quelli che hanno lasciato Londra.

Per la capitale inglese, abituata negli ultimi 30 anni ad essere la meta favorita fra i giovani europei in cerca di maggiori fortune o di nuove esperienze fuori dai confini nazionali, si tratta di un decremento della popolazione che sfiora l’8% del totale. Questi numeri allarmanti sono riportati in un recente studio condotto dall’Economic Statistics Centre of Excellence (ESCoE), nel quale vengono individuate due cause ben precise che hanno determinato una tale emorragia di stranieri dal Regno Unito: la crisi economica dovuta al Covid e i timori legati agli effetti della Brexit.

COVID, UN FLAGELLO NON SOLO SANITARIO

La crisi economica dovuta alla pandemia, ha colpito Londra ancora più duramente rispetto alle altre capitali europee. In alcune aree della città, come la City o Canary Wharf, solitamente le più congestionate dal via vai di lavoratori in giacca e cravatta e dall’indotto che si muove intorno ad essi, la vita di un tempo si è bruscamente fermata, lasciando spazio alla desolante immagine di uffici vuoti e ristoranti serrati. Nonostante gli sforzi del governo, che dall’inizio della pandemia ha sostenuto l’economia con misure concrete, adeguate e accessibili a tutti, un altissimo numero di posti di lavoro è andato perso, soprattutto in quei settori in cui i lavoratori stranieri erano meglio inseriti, come l’ospitalità e il turismo.

“Gran parte del peso della perdita di posti di lavoro durante la pandemia è ricaduto sui lavoratori non britannici ma, più che creare disoccupazione, ha causato un fenomeno massiccio di migrazione di ritorno”, si legge nel report coordinato dai ricercatori Michael O’Connor e Jonathan Portes. In sostanza, pur potendo accedere ai sussidi che il governo inglese ha predisposto per chi ha perso il lavoro a causa del Covid, molti lavoratori stranieri hanno preferito lasciare la capitale inglese e far ritorno nei propri Paesi di origine. Questo fenomeno spiega anche perché le cifre ufficiali sulla disoccupazione rimangano piuttosto basse, (intorno al 4,9 per cento), nonostante la percentuale di chi ha perso il lavoro sia molto più alta.

BREXIT, INCERTEZZA ALL’ORIZZONTE

Sulla decisione di lasciare il Paese hanno, ovviamente, influito molto anche le incertezze legate alla Brexit e al futuro di un Paese che, all’improvviso, sembra essere molto più lontano dal Continente rispetto al passato. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha cambiato di fatto lo status dei cittadini europei: a partire dallo scorso 1° gennaio 2021, infatti, non hanno più il diritto automatico di trasferirsi nel Regno Unito per vivere e lavorare, ma sono sottoposti ad un rigido sistema che regolamenta il fenomeno migratorio. Sistema che garantisce l’accesso per motivi lavorativi solo a coloro che sono già in possesso di un’offerta di lavoro concreta e che supera un certo salario minimo annuale. Insomma, un irrigidimento del sistema che, sommato alle paure legate alla pandemia, ha spaventato anche chi risiedeva nel Paese e aveva il diritto a rimanerci.

L’addio di tanti lavoratori stranieri, se nel breve termine può risultare un vantaggio per i lavoratori locali, i quali si troveranno di fronte ad un’offerta lavorativa molto più ampia rispetto al passato, potrebbe però rivelarsi un problema sul lungo periodo. “I grandi cambiamenti nelle tendenze demografiche a Londra, spinti dai cambiamenti economici e dagli eventi, non sono storicamente senza precedenti – la popolazione dell’Inner London è diminuita del 20% negli anni ’70, quindi il quadro di crescita sostenuta guidato dalla migrazione internazionale è relativamente recente. Se ora questo si è invertito, le implicazioni a medio e lungo termine per Londra saranno profonde”, si afferma nel rapporto dell’ESCoE.

EFFETTI TANGIBILI: IL MERCATO IMMOBILIARE

Un primo effetto tangibile fra quelli attribuibili allo spopolamento di Londra è già riscontrabile nel calo sensibile dei prezzi degli affitti: nelle zone centrali della città (zona 1 e 2) i prezzi sono diminuiti anche del 34% su base annua. In passato la cospicua offerta di appartamenti a costi mensili sproporzioni rispetto alle altre capitali europee aveva sempre trovato risposta nell’ingente domanda. Una domanda che negli ultimi mesi si è sensibilmente ridotta di pari passo all’aggravarsi della crisi dovuta alla pandemia e al conseguente spopolamento.

Ma non solo. All’addio degli stranieri, infatti, si è aggiunto anche un altro fenomeno che sta penalizzando le zone centrali, facendo emergere una nuova Londra. Con gli uffici chiusi e il lavoro da remoto che sembra poter rappresentare una soluzione sempre più praticabile, molte famiglie hanno iniziato a sentire la necessità di avere spazi maggiori, magari di una stanza-ufficio casalinga, molto spesso inaccessibile dal punto di vista economico volendo rimanere a vivere in centro. Ecco perché si sta assistendo ad un deflusso dal centro verso zone meno costose, o addirittura fuori dalla metropoli.

Questo fenomeno, come gli altri, ha innescato un effetto domino anche sul mercato delle vendite immobiliari, provocando un calo dei prezzi degli immobili in centro, che oscilla fra il 5% e il 20%. Il picco più alto si registra a Mayfair, il quartiere più costoso ed esclusivo, dove appartamenti in vendita a 2,5 milioni di sterline, sono stati ribassati a 2 milioni. Stiamo pur sempre parlando di prezzi elevatissimi. Inoltre, è giusto precisare, il calo dei prezzi ha un divario molto ampio, dipendendo tanto anche dalle condizioni in cui gli immobili versano. Insomma, dopo che, negli ultimi 10 anni a Londra è andata in scena la corsa alla casa,e si è comprato di tutto a prezzi che in altri Paesi europei sarebbero stati considerati fuori mercato, il mercato immobiliare sta assumendo una nuova forma.

LONDRA, QUALE FUTURO TI ASPETTA

Di fronte a questo scenario, gli interrogativi sul futuro che attende Londra sorgono spontanei. Riuscirà la capitale inglese a mantenere il ruolo di hub finanziario globale? La Brexit, concedendo a Londra maggiore autonomia nelle contrattazioni, porterà i vantaggi economici che i suoi sostenitori hanno promesso al popolo britannico per convincerlo a sostenere il fronte del ‘leave’?

In realtà, anche sotto questo punto di vista, i dubbi sono molteplici. Non contribuisce di certo a dipanarli, il fatto che l’accordo sulla Brexit abbia lasciato in sospeso la questione dei servizi finanziari, rimandando a data da destinarsi. la trattazione sulla possibilità di accesso automatico al mercato unico europeo per le società finanziarie con sede nel Regno Unito.

Allo stato attuale, gli operatori della City non possono proporre direttamente operazioni o transazioni ai clienti europei, senza prima coinvolgere un ‘chaperone’, cioè un collega all’interno dell’Ue che funga da intermediario per contattare i clienti. Una situazione che, secondo Bloomberg, sta spingendo molti operatori a fare le valige. Londra, secondo il network statunitense, perderà così migliaia di posti di lavoro e più di mille miliardi di dollari di asset, che troveranno nuova dimora nell’UE. Secondo Bloomberg, Goldman Sachs, è già pronta a trasferire da 3mila a 4mila consulenti finanziari dal Londra a Francoforte e Madrid.

Insomma, Londra non sta di certo vivendo i suoi giorni migliori, e i prossimi passi compiuti nella gestione della pandemia e nella definizione dei nuovi assetti con i partners europei, saranno cruciali per determinare il ruolo che la capitale inglese e, l’intera Gran Bretagna, potranno interpretare nel prossimo decennio.

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