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Manifestazioni e petizioni contro la Brexit: servono davvero a qualcosa?

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Dopo l’esito del referendum sulla Brexit fioccano le manifestazioni di protesta da parte di quella vasta fetta di popolazione che aveva votato per il Remain, molto probabilmente unita ai pentiti del Leave (già uniti sarcasticamente sotto il tag “Bregrets”). Eventi di manifestazione, petizioni online… ma tutto questo ha un pro?

A poche ore dai risultati del voto ha fatto subito furore la petizione di richiesta per un secondo referendum che in meno di 24 ore ha raggiunto subito le 150.000 firme necessaria per essere consultata in Parlamento. Tra l’altro la stessa petizione ha suscitato numerose polemiche perché firmata da centinaia di migliaia di persone non residenti in UK.

Allo stesso tempo su Facebook fioccano gli eventi che invitano a manifestazioni pubbliche di ogni genere. “#LondonStays” è il richiamo ai cittadini di Londra di riunirsi a Trafalgar Square per ricordare che gran parte della città ha votato a favore della UE. Altri eventi di protesta, più o meno strutturati, si possono trovare qui e qui. Naturalmente va ricordato che si tratta di iniziative di singoli individui a cui molti mettono un like di interesse, ma non è detto che si trasformino poi in eventi fisici veri e propri.

Un’altra forma di protesta è la workplace action organizzata in questo evento, dove si invita tutti a indossare una maglia blu o un badge con la bandiera europea sul luogo di lavoro, e uscire durante la pausa pranzo a gridare alla gente che “non siamo dei pigri immigrati, ma siamo qui per lavorare, rendere la Gran Bretagna grande e garantirci un futuro”.

Qualcuno ha fatto notare che questo genere di proteste non serve a niente. Un secondo referendum? Improbabile, la gente si è già espressa, perché farne un altro? Dimostrazione pacifica al lavoro? Ma la “politically correctness” non ha lo stesso impatto di frattura che uno sciopero vero e proprio causerebbe.

In tutto questo va ricordato che il referendum ha solo valore consultivo, e che sarà il Parlamento a decidere se votare o meno per la sua approvazione. E solo dopo verrà attivato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regolamenta l’uscita di uno stato membro dall’Unione Europea. La domanda è: il Parlamento voterà a favore del leave?

La risposta semplice è: quasi sicuramente sì. Perché ignorare la volontà della maggioranza del Regno Unito, anche se con un margine irrisorio, sarebbe uno schiaffo in faccia alla democrazia che alimenterebbe ulteriormente il clima di sfiducia e instabilità che già si respira oggi.

Per questo motivo molti vedono come unica soluzione quella di scrivere direttamente al proprio MP, e appellarsi affinché voti contro il referendum. In questo modo anche le persone che vivono, lavorano e pagano le tasse nel Regno Unito, ma che non hanno potuto votare perché non cittadini britannici, possono far sentire la loro voce. Perché qualsiasi sia l’esito finale, sul piatto non ci saranno solo le sorti di quelli che hanno votato, ma quelle di qualsiasi persona che in questo paese ha deciso di costruirsi un futuro.

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