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La mappa mostra i quartieri di Londra più esposti in caso di una seconda ondata di Covid-19

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AEMORGAN

Come abbiamo imparato a nostre spese in questi mesi di pandemia da Coronavirus, i modelli predittivi a tema contagio non sempre funzionano a dovere, a causa di una più che comprensibile instabilità delle variabili in gioco. Tuttavia abbiamo anche compreso che arrivare preparati alla sfida con il virus è un obiettivo che qualsiasi governo deve prefiggersi al fine di evitare morti inutili.

Ecco perché è molto interessante lo strumento creato dal Leverhulme Centre for Demographic Science della Oxford University, il quale prevede – con tutta l’approssimazione del caso – le aree più a rischio nel caso di una seconda ondata di Covid-19 (per la quale potrebbe essere pronto un vaccino). Per quel che riguarda Londra la mappa, perché di ciò si tratta, presenta persino distinzioni in base ai quartieri, fornendoci una panoramica in base ad alcune fattori chiave stabiliti dagli esperti.

Questi elementi statistici sono stati derivati da tutti quei tratti che dopo la prima ondata abbiamo individuato come più impattanti in fatto di contagio e pericolosità del virus: si tratta di fattori come l’età, la densità abitativa, l’etnia e le risorse ospedaliere.

La professoressa Melinda Mills, direttrice del Leverhulme Centre, ha spiegato il motivo di un approccio così granulare: “All’accendersi di nuovi focolai e in previsione di una seconda ondata, pensare non solo su scala regionale, ma anche a livello di quartieri, si configurerà come un approccio più efficace per riconoscere e contenere i focolai, sopratutto quando manca un programma di monitoraggio e tracciabilità”.

Lo strumento creato dal team di esperti non predice né chiaramente misura il numero dei casi, ma segnala le location in cui la situazione sarebbe peggiore nel caso di scoppio di una nuova epidemia (scientificamente definita da un tasso di infezione della popolazione del 10%, o superiore).

Londra non se la vedrebbe bene, confida uno degli autori dello studio, Mark Verhagen, in quanto “colpita inizialmente modo forte, in termini di numeri, ma grazie alla sua popolazione relativamente giovane non ha subito troppo la pressione dal punto di vista delle ospedalizzazioni”. Per rendere l’idea, se anche solo una parte della popolazione del South West fosse stata colpita allo stesso modo, il numero di casi in terapia intensiva sarebbe stato molto più alto.

Dal punto di vista nazionale, si prevede che in media ci sarebbero 7 persone ogni mille bisognose di cure nel caso di un nuovo picco di contagi. A Londra il caso particolare è costituito da Harrow, dove l’età eccezionalmente alta ha portato il Northwick Park Hospital a essere il primo a chiedere l’emergenza nazionale a causa della rapida occupazione dei posti di terapia intensiva. Lo stesso discorso riguarda le aree più periferiche di Londra, maggiormente a rischio non solo per l’età avanzata degli abitanti, ma per gli alti livelli di povertà sociale,

Per quanto riguarda il resto del Paese, la ricerca ha messo in luce i grandi rischi che corrono l’Isola di Wight e il Lincolnshire, a causa dei due fattori citati poco sopra. Nel documento si legge che “ci sono specifiche aree in cui le richieste dovute al contagio da Covid-19 supereranno di gran lunga la capacità locale. Tra queste zone rurali nel Galles come nel Nord-Est e nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, dove ci si attendono alti tassi di ospedalizzazione unite a una relativamente scarsa disponibilità di posti letto. Purtroppo queste aree sono anche molto isolate e lontane e da servizi ospedalieri alternativi.”

È possibile consultare la mappa a questo link

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