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“Breath is invisible”: la mostra “on the road” per le vie di Notthing Hill

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AEMORGAN

È un tributo postumo a un’artista con un enorme potenziale, morta troppo presto nella terribile tragedia del rogo della Grenfell Tower, risalente ormai a 3 anni fa. Stiamo parlando della mostra Breath is Invisible, un progetto artistico della durata di tre mesi che porta all’attenzione del pubblico di Londra i lavori di Khadija Saye, tra le vittime dell’incendio. In esposizione sulla facciata esterna del 236 di Westbourne Grove ci sono 9 stampe di grandi dimensioni delle maggiori opere dell’artista britannico-gambiana

Parlando dei propri lavori, che esplorano temi di ineguaglianza e ingiustizia sociale, Sayr aveva affermato di essere stata spinta verso il processo creativo da “un bisogno personale di fondamenta spirituali dopo aver subito un trauma: la ricerca di ciò che dà significato alle nostre vite e alle cose alle quali ci aggrappiamo in tempi di disperazione e sfide imponenti”.

L’eredità artistica di Saye non andrà perduta con la sua morte, avvenuta a soli 24 anni. L’artista Nicola Green, già mentore della fotografa, ha appena lanciato l’iniziativa The Khadija Saye IntoArts Programme in collaborazione con IntoUniversity: una borsa di studio che aiuta i giovani svantaggiati ad accedere a un’educazione di alto livello e che sarà finanziata anche dalla vendita delle stampe.

La Green ha dichiarato che “Khadija era un’artista emergente che aveva già raggiunto una notevole maestra quando l’ho incontrata. Tuttavia faticava a rendere la propria passione – l’arte – una carriera lavorativa vera e propria. Nonostante ciò esi dedicava pervicacemente ad aiutare altri meno fortunati di lei a entrare nel mondo dell’arte.”

La più giovane partecipante al Padiglione Diaspora della Biennale di Venezia del 2017, Saye aveva presentato una serie di autoritratti dal titolo “in this space we breath”, in cui esplorava “la migrazione delle tradizionali pratiche spirituali gambiane”. Un momento della più ampia esplorazione di Khadija intorno a temi personali come l’identità, l’eredità culturale e il suo particolare background in cui si mescolavano la fede cristiana della madre (morta anch’essa durante il rogo del grattacielo) e quella islamica del padre.

La particolare tecnica fotografica utilizzata da Khadija, un tipo di stampa molto precaria e altamente instabile, si rifletteva nella sua peculiare necessità di trovare sollievo in potenze superiori: “Ho sentito l’esigenza di esplorare fisicamente come il trauma si incarni nell’esperienza delle persone di colore. Mentre esploravo i concetti di spiritualità e della ritualità, il processo di elaborare delle immagini è diventato un rituale esso stesso”.

L’importanza di una mostra come “Breath is invisible”, che misteriosamente richiama anche le ultime parole di George Floyd , è anche quella di rilevare quanto poco sia affrontato il tema della diversità nell’ambiente artistico britannico. La seconda parte del progetto prevede, infatti, che dall’11 agosto al 4 settembre sia possibile interagire con un’installazione 3D che si rifà ai recenti eventi legati al movimento Black Lives Matter

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