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The Crypt: tra sacro, profano e pane di mais

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Quando negli anni ’50 lo scaltro Ray Charles cedette al fascino del mainstream passando dal gospel alla musica più commerciale, venne bombardato di critiche da parte della sua gente: lo accusarono di inquinare la “musica del Signore” con i ritmi, le sonorità e i testi della musica del diavolo: il blues, il jazz, il rhythm & blues.

Da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti: luoghi di preghiera e jazz club non sono più posti così lontani tra loro, anzi.
The Crypt è un jazz club londinese ricavato nel sotterraneo (la cripta) di una chiesa cristiana fondata nel 1100, St Giles in the Fields, a Camberwell, a sud del Tamigi.

La zona è sfacciatamente afro-caraibica e se non lo si fosse già capito passeggiando lungo le strade che portano al club, la cosa diventa più chiara dando un’occhiata al menu: le selezioni dei piatti proposti dallo chef sono in gran parte di tradizione africana.

La convivenza tra sonorità raffinate e generalmente associate alla musica cosiddetta “colta” con i profumi tipici di una buona cucina casalinga contribuisce a rendere l’atmosfera unica: il cuoco (un ragazzo nero con jeans ultralarghi, grembiule e lunghissimi dreadlocks raccolti in una fascia) ha l’aria di chi la sa lunga ed è affiancato da una signora, forse la madre o una zia, che sembra avergli insegnato (e tramandato?) i segreti di quella cucina.

Interessanti i Today’s special: tra i cinque/sei piatti di tradizione africana fatti in casa, riso e fagioli come se piovesse, mi colpisce il Butternut soup with cornbread, zuppa di zucca (gialla) servita con il tradizionale pane di mais, da leccarsi i baffi.

Il club nasce nel ’95 ed è proprietà della chiesa che lo ospita; prima di allora lo spazio era la sede di un’associazione benefica per gli homeless e quando in seguito l’associazione si sposta in un’altra sede, la chiesa decide di avviare un’attività destinata alla comunità locale e accoglie la proposta un paio di appassionati di musica jazz di farne un jazz club.

Il club è un incanto e ha al tempo stesso un’aria sofisticata ma anche easy going: nero e rosso i colori principali, i lumini sui tavoli diffondono una luce soffusa e color seppia e last but not least c’è un’acustica della madonna (ops…).

Prima dell’inizio del concerto faccio una chiacchierata con il cantante: anche lui (come me) utilizza una loop station, ovvero una pedaliera che registra e mette a “loop” ciò che viene cantato nel microfono.

Gli confido le mie perplessità riguardo alle mie prossime performance di poetry & loop station, che io uso per accompagnare le mie rime: il problema, gli spiego, è che sono scritte nella mia lingua madre, l’italiano, mentre qui siamo a Londra..! Da un lato, gli spiego, non sono ancora in grado di rendere le sfumature poetiche in una lingua diversa dalla mia, dall’altro non voglio rinunciare a trasmettere al pubblico il mio messaggio.

Lui: ”Do it in Italian: as long as it’s “real”, people will understand even if they don’t know the language”.
Wow…Rimango senza parole (questo si che è un miracolo!) e, anche se un po’ scettica, metto in tasca il consiglio.

Il concerto è illuminante: The Evolution è un mix di influenze e di background musical-culturali che danno vita ad una musica di difficile definizione. Il batterista è romano, il pianista è giapponese, il contrabbassista è pugliese, il sassofonista è napoletano e il cantante è inglese e di colore: jazz, folk, afro, drum&bass, classica… Armato di loop station ed altri effetti (primo tra tutti il talento…) il cantante ricrea suoni provenienti dalla natura: imita alla perfezione i suoni della giungla e i versi di animali esotici; in pochi secondi siamo catapultati in un paesaggio lontano, potremmo essere sdraiati sotto i banani delle Antille tra iguane e pappagalli multicolorati.

Su Nature boy parte un’improvvisazione vocale affascinante e mai sentita prima, fatta di parole, sillabe e suoni molto diversi da quelli generalmente usati nello scat: si sfiora il divino.

A fine concerto sono curiosa di conoscere la lingua usata nell’improvvisazione (immagino sia africano) e arriva pronta la risposta del saggio cantante: “Non importa, non è una lingua, sono parole completamente inventate…ma come volevasi dimostrare…as I told you before… il messaggio è arrivato lo stesso… no?”

Beh si, direi proprio di si.

Indirizzo: The Crypt, St Giles Church, SE5 8RB Londra
Costo biglietto: 7 Sterline
Cena: si
Multiculturalità: si
Buona musica: si
Perdizione: si
Assoluzione: si

The Evolution:
Randolph Matthews (vocals & loop station)
Renato D’Aiello (sax)
Hiroshi Murayama (piano)
Dario Di Lecce (bass)
Emiliano Caroselli (drums)

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