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Perché gli italiani aprono più start up a Londra che in Italia

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Leggiamo sul Il Sole 24 Ore che negli ultimi sei mesi nel Regno Unito sono stati investiti circa 2.4 miliardi di dollari nelle startup. Mentre in Italia, nello stesso periodo si parla di poco più di 72 milioni di dollari. Una differenza abissale, con l’UK che vince di oltre 30 misure sull’Italia. Ma quali sono le principali differenze nel nostro paese?

Non è una novità che in Italia per registrare un’azienda si deve intraprendere un cammino tortuoso e complesso, un itinerario fatto di procedure burocratiche infinite che sembra più che altro creato appositamente per mettere i bastoni tra le ruote e impedire agli investitori di fare impresa. A sentire chi lo vive, sembra quasi un gioco perverso in cui si mettono a dura prova la forza di volontà e la pazienza degli imprenditori, in modo che solo i più tenaci possano andare avanti con un’azienda salda e robusta. Il punto è che anche dopo aver svolto le trafile burocratiche, si abbatte come un falco il regime fiscale italiano che mira a depredare l’azienda di tutti i suoi guadagni.

Ma è un gioco che premia? La situazione economica del nostro paese parla da sola, così come i numeri sono riportati. Ecco spiegato il perché molti italiani (e non solo) si spostano nella terra della regina. Sempre nel sopraccitato articolo si raccoglie la testimonianza di un giovane imprenditore italiano, Fabrizio Ninfa, che spiega la semplicità con cui creare un’azienda da queste parti. Un’ora per la procedura, per avviare la quale è necessario un capitale sociale di solo un pound, e una spesa totale di 15 pound per la registrazione alla Camera di Commercio. La partita IVA è obbligatoria solo se si prevedono guadagni oltre gli 80.000 pound. E l’Her Majesty’s Revenue & Customs, ovvero il fisco inglese, sta dietro dietro all’azienda mandando ogni sei mesi i documenti necessari da compilare per le tasse, facilitando di gran lunga il processo.

Questo iter snello e veloce sicuramente attira di più gli investitori stranieri, italiani compresi. Naturalmente ci sono i classici furbetti del quartierino che, pur avendo l’azienda in Italia, aprono la sede legale in paesi come l’Inghilterra per godere di un regime fiscale vantaggioso. Ma si tratta di chi, appunto, si rivolge al solo mercato italiano e gioca la carta della delocalizzazione per risparmiare qualche soldo.

Ma i veri imprenditori, quelli che vogliono davvero fare soldi, sono quelli che operano direttamente su un mercato finanziario internazionale come è quello inglese. Perché qui si ha diretto accesso alle risorse, si fa networking e si parla la lingua del grande business globale. E i tempi rapidi permettono alle idee di evolversi in fretta e maturare, agevolando la crescita dell’azienda.

E l’Italia? Probabilmente rimarrà per sempre bloccata nella fase di start up.

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