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Brexit: quando entra in vigore, dalla storia alle ultime notizie

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News sulla Brexit: ultime notizie, quando è la nuova data, scenari e cosa succederà

La Brexit si fa, non si fa, è stata rimandata, ci sarà un accordo o vincerà lo scenario no deal? Sono passati più di 3 anni da quando si è tenuto il referendum (era il 23 giugno 2016) con cui l‘Inghilterra e il resto dello United Kingdom ha deciso di uscire dall’UE, ma ancora non si è arrivati a una soluzione definitiva, tanto che la Brexit è stata rimandata al 31 gennaio 2020, quando avrebbe dovuto essere già in vigore dal 29 marzo 2019 e poi dal 31 ottobre 2019.

Si tratta del secondo rinvio concesso dall’UE per evitare che il Regno Unito esca senza accordo, in quanto il Parlamento britannico ha bocciato entrambi gli accordi negoziati prima dal governo di Theresa May e poi da quello di Boris Johnson. 

Cosa succede adesso? Quali sono le conseguenze per gli italiani? Fate un bel respiro profondo: in questo articolo, troverete tutto quello che dovete sapere su cause e significato della Brexit, il riassunto di quello che è accaduto fino a oggi e tutte le ultime notizie su cosa accadrà agli italiani già a Londra e a quelli che hanno intenzione di partire nei prossimi mesi.

Ultime news sull’uscita del Regno Unito dall’UE: cosa succede adesso

Qui trovate tutte le ultime news in ordine cronologico dalla più nuova alla news più vecchia per ricostruire la storia della Brexit.

Brexit rinviata al 31 gennaio 2020 – aggiornamento 3 novembre

L’Unione Europea, per evitare l’uscita del Regno Unito senza accordo, ha concesso una proroga al 31 gennaio 2020. Il termine, in realtà, è flessibile: nel caso il Parlamento britannico approvi prima di questa data l’accordo, la Brexit diventerebbe definitiva in anticipo rispetto alla data finale del 31 gennaio. Tuttavia, Bruxelles esclude la possibilità di rinegoziare o rivedere l’accordo concluso. Intanto, Boris Johnson è riuscito a indire lezioni anticipate per il 12 dicembre, nella speranza di avere un nuovo Parlamento, più incline ad approvare l’accordo in questione. Leggi anche:

Johnson chiede elezioni anticipate e l’UE apre (forse) al rinvio della Brexit  – aggiornamento 27 ottobre

Dopo che il Parlamento ha chiesto un rinvio della votazione sull’accordo, Johnson ha deciso di chiedere elezioni anticipate entro la fine dell’anno, precisamente il 12 dicembre, in maniera da avere un nuovo Parlamento entro Natale. Dall’altra parte, chiede ai parlamentari di approvare l’accordo sull’UE entro il 6 novembre. Dall’Unione Europea, nel frattempo, arriva l’apertura a una possibile rinvio: secondo quanto riportato dal The Guardian e Bloomberg, Bruxelles potrebbe proporre al Regno Unito una proroga di 3 mesi, quindi fino al 31 gennaio 2020, per dare tempo al Parlamento britannico di ratificare l’accordo. Nella bozza di dichiarazione, si leggerebbe che il termine sarebbe ridotto nel caso di approvazione dell’accordo (se, ad esempio il sì all’accordo arrivasse il 6 novembre, la Brexit sarebbe effettiva dal mese successivo, ossia dal 6 dicembre), mentre si escluderebbe la possibilità di rinegoziare un nuovo accordo.

Il Parlamento inglese chiede il rinvio del voto  – aggiornamento 19 ottobre

Il Parlamento ha approvato l’accordo concluso da Johnson sulla Brexit? La risposta è no: i deputati hanno approvato – con 322 voti a favore e 306 contrari – nella mattina di stamattina l‘emendamento Letwin che rimanda il voto sull’accordo a quando saranno approvate tutte le leggi collegate all’uscita del Regno Unito dall’Ue. Il motivo? Il Parlamento ha paura che se dasse il suo “ok” senza che siano state cambiate le regole per permettere un’uscita regolarizzata, il Governo potrebbe approfittarne per uscire comunque il 31 ottobre con gli stessi effetti che si avrebbe senza aver siglato un accordo.

Di fatto, però, questa mossa del Parlamento costringerebbe Johnson a chiedere un rinvio della Brexit stessa. Perché? Il Parlamento ha approvato a inizio settembre il Benn Act, che prevede che, nel caso non sia stata validato l’accordo tra UE e UK entro la mezzanotte del 19 ottobre, il Governo debba chiedere il rinvio a una data successiva al 31 ottobre.

Tuttavia, Johnson non è d’accordo: secondo lui, il Benn Act non lo obbliga a chiedere una proroga, ma è determinato ad andare al voto definitivo lunedì, approvando anche la legislazione attuativa della Brexit: in caso di approvazione, l’uscita avverrà con accordo; nel caso di voto contrario, si uscirà il 31 ottobre senza accordo. La legittimità di questa mossa sta dividendo anche i più attenti studiosi della Brexit: lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, potrebbe addirittura rifiutarsi di inserire in calendario la votazione di lunedì.

C’è un nuovo accordo tra Bruxelles e Londra – aggiornamento 18 ottobre

Dopo giorni di trattative non certo facili, abbiamo un accordo. Boris Johnson è riuscito a trovare un compromesso con Bruxelles, aggirando gli ostacoli sulla questione irlandese, prevedendo che la clausola di backstop sia estesa solo all’Irlanda del Nord (e non alla Gran Bretagna): per quattro anni, quindi, l’Irlanda del Nord continuerà ad avere frontiere libere con l’Eire, mentre il confine doganale si troverà, in mare, tra Belfast e la Gran Bretagna. Tra gli altri punti, c’è la previsione di un periodo di transizione per rendere armonica l’uscita dall’Unione e l’adesione del Regno Unito agli standard ambientali europei e in materia di tutela del diritto dei lavoratori.

Ora, quindi, tutto dipende dal Parlamento britannico: approverà o meno l’accordo domani, sabato 19 ottobre? Questa è senz’altro l’ultima chance per il Regno Unito di uscire dall’Unione Europea evitando il no deal, ma la Houses of Parliament deve dare il sì affinché ciò avvenga e questo risultato non è affatto scontato.

La Corte Suprema britannica revoca la sospensione del Parlamento – aggiornamento 24 settembre

Dopo la sospensione per 5 settimane del Parlamento britannico decisa dal premier britannico Johnson e avallata dalla Regina Elisabetta, la Corte suprema di Londra ha dichiarato illegittima tale decisione, invitando le Camere a riprendere i lavori il prima possibile. Questa notizia segna un’altra “sconfitta” per Boris Johnson, determinato a uscire il 31 ottobre dal Regno Unito anche senza accordo, sebbene il Parlamento abbia votato una legge per impedire al Governo UK uno scenario no deal. I laburisti hanno chiesto le dimissioni del premier anche se è improbabile che questi avvengano. Per approfondire, leggete qui:

Boris Johnson, nuovo Primo Ministro, sospende il Parlamento – aggiornamento 30 agosto

Dal 24 luglio 2019 Boris Johnson ha sostituito Theresa May come Primo Ministro britannico, dopo le dimissioni dell’ex premier. Johnson, alla guida del partito Conservatore, ha dichiarato fin da subito di voler uscire dall’Unione Europea entro il 31 ottobre 2019, ci sia o meno un accordo. Nonostante le critiche dell’opposizione (ma anche interne al Partito), Boris Johnson sembra determinato a non permettere altri rinvii da parte del Parlamento britannico: per questo, il 28 agosto 2019, ha chiesto alla Regina Elisabetta II di sospendere per cinque settimane il lavoro del Parlamento (dal 10 settembre al 14 ottobre), approfittando dell’annuale chiusura delle camere, per impedire che il Parlamento possa approvare una legge che vieti il “no deal”. La decisione, criticata da tutti i partiti, ha portato alle dimissioni del leader del partito conservatore scozzese, Ruth Davidson, e del capogruppo dei Tory alla House of Commons. È stata aperta anche una mozione contro la sospensione del Parlamento e in tutto il Regno Unito si stanno tenendo proteste contro la decisione.

Intanto, sul sito del governo UK, è stata creata la sezione Get Ready for Brexit, dove è possibile capire la nostra situazione e cosa succederà dopo il 31 ottobre 2019, nel caso il Regno Unito uscisse senza un accordo.

Brexit rimandata al 31 ottobre -aggiornamento 11 aprile

La data del 29 marzo è passato e il Regno Unito è riuscito a ottenere una proroga dall’UE: Londra avrà tempo fino al 31 ottobre 2019 per trovare un nuovo accordo. Niente impedisce al Regno Unito di uscire anche prima nel caso si trovasse un accordo in tempi più rapidi, ma è stata fissata una condizione: il Paese deve partecipare alle elezioni europee di fine maggio. Nel caso si rifiutasse di eleggere i suoi rappresentanti, la data di uscita della Brexit sarebbe fissata e non revocabile al 1° giugno 2019 senza accordo. Per approfondire:

Theresa May confermata al Governo – aggiornamento 16 gennaio

La Camera dei Comuni del Parlamento britannico, martedì 15 gennaio, ha rigettato l’accordo sulla Brexit con 432 voti a sfavore (di cui 118 Tories) e 202 a favore. Una grande sconfitta per Theresa May che, nonostante tutto, è riuscita però a rimanere al governo dopo la votazione sulla mozione di sfiducia presentata dal leader dei Labour, Jeremy Corbyn, avvenuta mercoledì 16 gennaio.

Gli scenari possibili adesso sono pochi e mettono in grande difficoltà il Primo Ministro: se l’ipotesi di un nuovo accordo sembra impossibile in tempi così brevi, le alternative sul tavolo che restano sono: ritardare l’uscita dall’UE, rispettare i tempi e avere una Brexit senza accordo oppure annullarla del tutto. Nello specifico:

  • Prolungamento tempi. È l’ipotesi più probabile: il Regno Unito non rinuncia alla Brexit, ma chiede all’UE di poter continuare le negoziazioni oltre il 29 marzo 2019, data ufficiale dell’uscita. Per potere fare questo, tuttavia, tutti e 27 gli Stati Membri dell’Unione Europea devono essere d’accordo.
  • No deal: l’uscita senza accordo è una possibilità estrema, che in realtà tutti temono. Uscire senza un accordo vorrebbe dire non disciplinare in modo armonico e graduale i cambiamenti di normative, non avere una linea guida sui futuri rapporti con l’Unione e creare coas estremo per quanto riguarda i confini Irlanda del Nord – Repubblica d’Irlanda e per tutti i cittadini UE che vivono in UK e tutti i cittadini britannici che risiedono nell’Unione.
  • Annullamento Brexit. È quello che Corbyn e gli europeisti vorrebbero, ma Theresa May ha ribadito che rispetterà la volontà popolare di andare avanti con l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Per approfondire:

L’UE approva la bozza di accordo – aggiornamento 25 novembre 2018

Dopo la stesura della bozza sull’accordo tra l’UE e il Regno Unito, domenica 25 novembre, durante il vertice dei 27 leader dell’Unione Europea a Bruxlles, tutti gli Stati Membri hanno approvato l’accordo di uscita di Londra dall’UE. Ad annunciarlo è stato Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, con un tweet in cui cita un verso di una canzone dei Queen, “Friends will be friends, right till the end” (“Gli amici resteranno amici, fino alla fine”).

Successivamente ha specificato: “Davanti a noi c’è un difficile processo di ratificazione e di ulteriori negoziazioni. Indipendentemente da come tutto questo finirà, una cosa è certa: resteremo amici fino alla fine dei giorni, e un giorno in più”.

Una separazione amichevole, a quanto pare, anche se i maggiori malumori si registrano all’interno del Parlamento britannico. Il Sunday Telegraph riporta che ci sarebbero ben 91 deputati pronti a bocciare l’accordo quando questo sarà discusso, intorno al 10 dicembre, in Parlamento per il voto di ratifica. Inoltre, la Corte Suprema inglese potrebbe anche annullare il risultato del referendum sulla Brexit del giugno 2018, dopo la denuncia di fondi illeciti alla campagna pro-Brexit.

C’è bozza di accordo sulla Brexit: aggiornamento 14 novembre 2018

Sembrava che l’opzione “no deal” fosse sempre più all’orizzonte, ma il 14 novembre è arrivata la notizia di una bozza d’accordo tra Londra e Bruxelles, tanto che Theresa May ha convocato un vertice straordinario del suo governo per discutere della situazione. L’accordo, di 500 pagine, non piace all’ala più conservatrice del partito di Theresa May, ma alla fine il Governo ha approvato la bozza. Qui per saperne di più:

Brexit, ci sarà un secondo referendum? aggiornamento 30 settembre

Dopo la proposta di Sadiq Khan di indire un secondo referendum sulla Brexit, anche Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, ha aperto alla possibilità di una nuova consultazione popolare sull’uscita del Regno Unito dall’UE visto che ancora non è stato raggiunto un accordo tra Londra e Bruxelles. La conferenza annuale dei Labour, che si è tenuta il 25 settembre a Liverpool, ha approvato una mozione per un secondo voto popolare su Brexit.

Tuttavia, nel frattempo, il governo di Theresa May ha approvato una proposta per estendere la legge britannica in materia d’immigrazione ai cittadini dell’Unione Europea una volta che Brexit sarà effettiva: per potersi trasferire in UK, cittadini italiani, francesi, spagnoli etc non saranno più privilegiati in base alla nazionalità, ma il loro ingresso per lavorare e risiedere a Londra sarà previsto solo in base al lavoro svolto e alla sua conformità con le necessità del mercato del lavoro inglese.

Sadiq Khan propone un secondo referendum su Brexit – aggiornamento 17 settembre 2018

Mentre si fa la strada secondo cui un accordo tra UE e Regno Unito potrebbe essere raggiunto entro fine novembre, Sadiq Khan, attuale sindaco di Londra, ha pubblicamente lanciato una campagna per un secondo referendum sulla Brexit. Per il primo cittadino londinese, infatti, i britannici dovrebbero avere l’opportunità di decidere se rimanere o meno nell’Unione Europea ora che mancano pochi mesi alla Brexit e il governo britannico non ha ancora trovato un accordo con Bruxelles.

“Senza elezioni politiche all’orizzonte e il tempo che vola via, io chiedo un voto pubblico per stabilire se si voglia rimanere nell’UE. Il Governo sta fallendo nelle negoziazioni sulla Brexit. Adesso affrontiamo il rischio reale di avere un pessimo accordo, o di non averlo affatto. In entrambi i casi, ciò causerebbe un enorme danno a Londra e al Regno Unito”, ha scritto Sadiq Khan sui suoi canali Twitter e Facebook.

“I cittadini non hanno votato per uscire dall’Ue e diventare più poveri, vedere le loro aziende soffrire, avere i reparti dell’Nhs a corto di personale”, ha continuato, come riporta Il Sole 24 Ore. Per questo motivo, i cittadini britannici dovrebbero tornare a votare con l’opzione di restare in UE.

Aggiornamento 25 luglio: le dimissioni di David Davis e Boris Johnson

Nelle ultime settimane si è tornati a parlare molto di Brexit: il governo britannico, infatti, sta vacillando proprio a causa del non accordo sulla linea da tenere con Bruxelles durante le negoziazioni per uscire dall’Unione Europea. David Davis, ministro inglese per la Brexit, e Boris Johnson (ministro degli esteri) hanno deciso di dimettersi criticando la linea “morbida” del premier Theresa May, favorevole (forse) a una Soft Brexit che preveda unione doganale di fatto, sistema mobile per l’immigrazione e accettazione della giurisdizione della Corte di Giustizia dell’UE. Sarà veramente così?

Per approfondire le ultime news sulla Brexit, leggete anche:

Data Brexit: quando il Regno Unito uscirà dall’UE

Segnatevi la data: il 31 ottobre 2019 la Brexit diventerà (quasi al 100%) realtà. Boris Johnson infatti non vuole altri rinvii: come sappiamo, infatti, la Brexit sarebbe dovuta diventare effettiva il 29 marzo 2019, due anni dopo che Londra aveva comunicato ufficialmente di volere lasciare l’Unione Europea. Secondo l‘art. 50 TUE, questo è il tempo che deve intercorrere per arrivare a un accordo finale tra le parti (Londra e Bruxelles in questo caso), a meno che, all’unanimità, gli Stati membri dell’UE non decidano di aumentare tale periodo in caso non si sia raggiunta una quadra alla fine dei due anni (eventualità che è appunto si è avverata).

Cos’è la Brexit? Il riassunto delle cause e di cosa è successo

Ormai è storia: il 23 giugno 2016 il popolo britannico ha deciso, tramite referendum, di uscire dall’Unione Europea. Un voto popolare promesso dall’allora premier britannico David Cameron, per rispondere ai malumori degli inglesi riguardanti il tema immigrazione europea (dai presunti costi per il walfare alla possibile – e mai avverata – invasione di cittadini europei dell’Est, dalla perdita della cultura nazionale alla tutela dei confini nazionali a causa del terrorismo…).

Dopo molte proteste da parte degli anti-Brexit e le dimissioni del premier inglese, la decisione di uscire definitivamente dall’UE è stata presa dal nuovo governo May. Come accennato in precedenza, secondo i trattati europei, in particolare l’articolo 50 TUE, è compito del Paese che intende uscire dall’UE comunicare la sua volontà di lasciare l’organizzazione all’Unione Europea.

Tale comunicazione è avvenuta il 29 marzo 2017:  Theresa May ha scritto una lettera di sei pagine con cui annunciava la decisione del suo Paese di lasciare l’UE, secondo quanto previsto dall’articolo 50 TUE, dettando anche alcuni punti sui motivi e sulle sue aspettative sull’accordo che è al momento negoziato con Bruxelles.

La lettera è stata consegnata dall’ambasciatore britannico presso la UE, Tim Barrow, a Donald Tusk, presidente del Consiglio UE. “Non c’è ragione di pensare che oggi sia un giorno felice”, ha detto Tusk, “La prima priorità sarà quella di minimizzare le incertezze provocate dalla decisione del Regno Unito”. Il presidente ha poi concluso con una nota malinconica: “Ci mancate già”.

Theresa May, invece, durante la discussione in Parlamento, a Westminster, ha dichiarato: “È un momento storico, non si torna indietro, Lasciare la Ue ci metterà davanti a opportunità uniche. Ma resteremo sempre alleati dell’Europa”. “I giorni migliori sono davanti a noi, dopo la Brexit. Ho scelto di credere nella Gran Bretagna. Tuttavia, ora più che mai il mondo ha bisogno dei valori democratici dell’Europa”.

Da questa data, quindi, si è avviato ufficialmente l’iter per la Brexit che è durato, sempre secondo quanto stabilito dall’art. 50 TUE, due anni. In questo periodo, Londra e Bruxelles hanno negoziando un accordo che disciplinava le condizioni di uscita del Regno Unito dall’UE. Tuttavia, il Parlamento britannico non ha approvato l’accordo sulla Brexit concordato tra il governo britannico e l’Unione Europea e si è deciso di rinviare la data di uscita al 31 ottobre 2019. Al momento, tuttavia, non sembra esserci la possibilità di un secondo accordo: nelle volontà di Boris Johnson c’è quella di un’uscita a tutti i costi, anche senza accordo.  

Brexit, le conseguenze: cosa cambierà per i turisti?

State pensando di fare un viaggio a Londra nei prossimi mesi e avete dubbi su quali sono i documenti richiesti?

Come era la situazione fino al 29 marzo 2017

Per entrare nel Regno Unito, i cittadini UE sono soggetti a controllo dei documenti (la Gran Bretagna non aderisce a Schengen), ma non hanno bisogno di nessun visto. I documenti d’identità accettati sono la carta d’identità valida per l’espatrio e il passaporto. Alla frontiera, inoltre, non possono essere richiesti ai cittadini UE i motivi del viaggio, l’itinerario, i soldi a disposizione o un biglietto di ritorno.

Com’è la situazione oggi

Niente. Si continuano ad applicare i trattati europei, come sempre.

Cosa cambia da dopo il 31 ottobre 2019 (o da quando la Brexit diventerà realtà)

Non è ancora possibile saperlo con certezza. Al momento, la pagina Get Ready for Brexit segnala che sarà probabilmente necessario avere un’assicurazione medica per viaggiare in UK (dal momento che non si potrà più accedere alle cure mediche essendo cittadini UE) e che i tempi di attesa in aeroporto per i controlli alla frontiera potrebbero essere molto più lunghi del solito. Quasi sicuramente i cittadini UE avranno tutti bisogno del passaporto. Non sappiamo ancora se Londra reintrodurrà visti anche per motivi turistici o se prevederà dei programmi di viaggio “senza visto” come ad esempio succede per i cittadini italiani che viaggiano negli Stati Uniti.

Cosa succede con la Brexit: cosa cambia per chi già vive in UK?

I più preoccupati sono i 3 milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito, così come il milione di cittadini UK che vivono negli altri Stati Membri dell’UE. Cosa accadrà?

Come era la situazione fino al 29 marzo 2017

Qualsiasi cittadino UE può trasferirsi in un altro Stato Membro e restare, per un periodo superiore ai tre mesi, se è:

  • uno studente;
  • un lavoratore (dipendente o autonomo);
  • una persona che ha le risorse per mantenersi;
  • disoccupato in cerca di lavoro (con alcune restrizioni);
  • familiare di un cittadino UE con i requisiti sopraelencati.

Per lavorare non è richiesto nessun visto (basta richiedere il NIN) e si può accedere alla sanità gratuitamente nella maggior parte dei casi così come ai sussidi pubblici, anche se sono previste delle limitazioni per i cittadini UE (in particolare per i disoccupati).

Com’è la situazione oggi

Niente. Si continuano ad applicare i trattati europei, come sempre. Tip. Vista l’incertezza del domani, iniziate a raccogliere tutti i documenti che possono provare la vostra permanenza nel Regno Unito: biglietti aerei (conservate A/R), contratti d’affitto, buste paga e contratti di lavoro, bollette, iscrizione al GP, conto in banca inglese, iscrizione all’AIRE etc. Chi vive in UK da cinque anni può fare domanda per la permanent residence card, mentre chi ha già da 1 anno la residenza permanente può eventualmente richiedere la cittadinanza britannica.

Cosa cambia da novembre 2019

Per poter continuare a vivere nel Regno Unito è necessario fare domanda all’EU Settlement Status Scheme, con cui si otterrà il diritto a risiedere in modo permanente in UK. Per ottenere lo status bisogna fare domanda prima del 31 dicembre 2020 (o più probabilmente 31 ottobre 2019 se il Regno Unito esce senza accordo) e la condizione è di risiedere (e poterlo dimostrare) in UK da prima di quella data.

Il sistema può darti uno dei seguenti status:

Gli studenti, inoltre, dovranno verificare con la propria università se è possibile studiare in UK o meno. Se avevate intenzione di partire con uno scambio Erasmus + questo potrà essere interrotto, mentre se già avete avviato lo studio nel Regno Unito, non potrete accedere probabilmente a sussidi, borse di studio e dovrete farvi un’apposita assicurazione sanitaria.

Conseguenze Brexit: cosa cambia per chi si trasferisce ora o in futuro a Londra?

Se vi trasferite a Londra tra la fine del 2018 e ottobre 2019, le condizioni e i diritti che avete sono quelli elencati in precedenza in base alle direttive UE, ma con tutte le incertezze già espresse nel paragrafo precedente.

E se ci si trasferisce in UK dopo Brexit? Anche questo rimane al momento un buco nero. Non sappiamo se si tornerà ad applicare il sistema di visti che attualmente è in vigore per i cittadini extra-comunitari o se verranno stabilite delle condizioni comunque privilegiate per i cittadini UE. Quasi sicuramente sarà limitato l’accesso ai sussidi e alla sanità gratuita (sarà probabilmente richiesta un’assicurazione privata), così come per gli studenti potrebbero duplicare le tasse universitarie e non essere concesse le borse di studio oggi garantite anche ai cittadini UE.

Secondo un documento del Governo britannico e leakato al The Guardian, l’obiettivo di Londra è l’introduzione di misure per limitare il numero di migranti europei non o poco qualificati, offrendo loro la residenza per un periodo massimo di due anni; coloro che invece saranno considerati migranti altamente qualificati otterranno permessi di lavoro per un periodo più esteso, compreso tra i 3 e i 5 anni. Leggi l’articolo con tutte le novità spiegate nei dettagli.

Brexit: mercato unico e nuova partnership con l’UE

Boris Johnson ha confermato che il Regno Unito non resterà nel mercato unico, in quanto questa decisione sarebbe contraria alla volontà popolare che si è espressa a giugno 2016, né nell’Unione doganale.

Senza un accordo, tuttavia, non ci sarebbe una legislazione che applichi gradualmente il passaggio dal mercato unico a uno nuovamente nazionale, con conseguenze difficili da prevedere sia per le aziende e i lavoratori che operano in UK sia per le aziende degli altri Stati membri che hanno interessi nel Regno Unito. Di sicuro, questo si tradurrebbe in nuovi dazi alle frontiere, con costi finali più alti per i consumatori, difficoltà alle frontiere (almeno iniziale) per il trasporto delle merci, fine dei controlli europei sulla qualità dei prodotti britannici e volontà di molte aziende di trasferire la loro sede altrove.

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