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Effetto Brexit: Londra non è più il posto migliore al mondo per fare business

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EU Network
AEMORGAN

Dopo rinvii, dubbi, polemiche, accordi rimandati, minacce di far saltare il banco e, addirittura, navi schierate ai confini delle acque territoriali inglesi, alla fine, per la pace di tutte le parti in causa, la tanto discussa Brexit è arrivata, e con essa sono arrivate anche le sue prime conseguenze reali e pratiche. Certo, non deve essere stato facile per gli sventurati automobilisti inglesi vedersi sequestrare il proprio panino al prosciutto dalla zelante polizia olandese al confine fra i due Paesi. Ma è facile immaginare che non sia questa la prima conseguenza diretta della Brexit che stia togliendo il sonno all’establishment inglese.

Piuttosto, ai parlamentari britannici non sarà, invece, sfuggito che quest’anno il Regno Unito è scivolato al secondo posto della classifica pubblicata annualmente dalla Stiftung Familienunternehmen, la fondazione tedesca che si occupa di imprese familiari, cedendo la prima posizione agli Usa.

Certo, non c’è da farne un dramma, anche perché l’isola d’oltremanica rimane ben posizionata, soprattutto rispetto agli altri Paesi del G7: il Canada recupera posizioni, salendo al quarto posto, mentre la Germania continua la fase di declino, piazzandosi al diciassettesimo posto, con la Francia al diciottesimo e il Giappone al ventesimo e penultimo posto, prima del fanalino di coda, che manco a dirlo, è la nostra Italia.

Questa classifica, pubblicata per la prima volta nel 2006, è frutto di un’indagine tesa a stabilire quali siano i Paesi migliori in cui fare business, prendendo in esame sei categorie: tasse, costo del lavoro, produttività e capitale umano, sistema regolamentare, finanziamenti, infrastrutture ed energia. Analizzando i dati del report appare chiaro che la Gran Bretagna abbia visto il peggioramento più significativo tra tutti i Paesi, a causa delle “incertezze legate alla Brexit” le quali hanno impattato soprattutto sulle categorie delle infrastrutture e dei finanziamenti.

Gli Stati Uniti, invece, hanno raggiunto la prima posizione in classifica soprattutto grazie alla loro “eccezionale performance” nelle categorie del sistema regolamentare, dei finanziamenti e dell’energia, registrando anche buoni punteggi sul fronte del costo del lavoro e della produttività e capitale umano. Il punto debole degli Stati Uniti è invece la tassazione. “Anche se la riforma di Trump ha portato qualche beneficio, gli Usa continuano a essere in svantaggio rispetto a molte nazioni nell’area”, si legge nello studio.

Continua, invece, il declino della Germania, che anche quest’anno ha perso posizioni (ben tre rispetto allo scorso anno). Il fattore maggiormente penalizzate sulla performance tedesche è dato dal sistema fiscale, il penultimo della classifica, superato solo dal Giappone. Anche sul fronte delle infrastrutture digitali i tedeschi pagano dazio, mentre possono vantare un livello di indebitamento basso, sia per il pubblico che per il privato.

Proprio a causa di quest’ultimo profilo, i Paesi fortemente indebitati come Italia, Portogallo, Spagna e Francia sono finiti in coda alla classifica. Secondo gli autori dello studio le priorità da affrontare per questi Paesi sono innanzitutto le scarse prestazioni del sistema educativo e l’eccessiva regolamentazione dei mercati dei prodotti, dei beni e del lavoro. Nel caso di una crisi del debito, ha spiegato la Stiftung Familienunternehmen, questi Stati rischieranno grosso ancora una volta, se non interverranno con riforme coerenti usando gli aiuti stanziati dall’Ue per fronteggiare la crisi generata dalla pandemia in atto.

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