Al Parlamento l’ultima parola su Brexit: la Corte Suprema respinge il ricorso del Governo

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AGGIORNAMENTO 24 GENNAIO 2017

Questa Brexit s’ha da fare? Rispondere a questa domanda da oggi è ancora più difficile: il governo britannico non può attivare l’art. 50 TUE per avviare il processo di uscita dall’Unione Europea senza l’approvazione del Parlamento britannico.

La Corte Suprema britannica ha respinto il ricorso presentato dal Governo contro la decisione presa dall’Alta Corte britannica che aveva accolto il ricorso di Gina Miller, attivista per il Remain: il referendum del 23 giugno 2016 era solo consultivo e l’ultima parola spetta al Parlamento.

Come avevamo già spiegato (e potete approfindire leggendo l’intero articolo), è improbabile che il Parlamento, seppure in maggioranza a favore della permanenza dell’Unione Europea, non avvalli il volere popolare, ma senz’altro potrà rallentare il processo della Brexit e mettere i bastoni fra le ruote al Governo per quanto riguarda i suoi progetti di Hard Brexit.

Il Partito Laburista ha confermato questa visione: “I Laburisti rispettano il voto popolare e quindi non ostacoleremo il processo per l’invocazione della Brexit. Tuttavia, cercheremo di emendare l’accordo sull’art. 50 per evitare che i Conservatori usino la Brexit per trasformare la Gran Bretagna in un paradiso fiscale in prossimità dell’Europa“, ha detto Jeremy Corbyn alla BBC. Anche lo Scottish National Party ha annunciato emendamenti “sostanziali e seri”.

La decisione della Corte Suprema appare importante soprattutto alla luce delle ultime dichiarazioni del PM Theresa May, che aveva annunciato pochi giorni fa che il Regno Unito sarebbe uscito definitivamente sia dall’Unione Europea sia dal Mercato Unito. Inoltre, il primo ministro incontrerà nelle prossime ore Donald Trump e il controllo dell’immigrazione sarà uno dei temi caldi del meeting. In questo quadro, quindi, il ruolo del Parlamento può essere fondamentale, anche se il Governo ha ribadito che non ci saranno ritardi e che l’articolo 50 sarà invocato entro la fine di marzo.

La Corte Suprema, tuttavia, ha respinto la possibilità dei parlamenti del Galles, Scozia e Irlanda del Nord di porre il loro veto alla Brexit.

3 NOVEMBRE 2016. Il governo britannico non può attivare l’art. 50 TUE per avviare il processo di uscita dall’Unione Europea senza l’approvazione del Parlamento britannico. A stabilirlo è stata la High Court, l’Alta Corte britannica, che si è pronunciata su un ricorso presentato a ottobre da Gina Miller, un’imprenditrice di 51 anni, secondo cui la decisione del primo ministro Theresa May di invocare l’articolo 50 alla fine di marzo 2017 senza richiedere l’approvazione del Parlamento sarebbe stata incostituzionale. L’Alta Corte ha accolto il ricorso, scatenando le ire del governo e riaprendo tutta la questione Brexit, o quantomeno delineando nuovi scenari all’orizzonte.

Per i giudici, infatti, il referendum dello scorso 23 giugno è stato solamente consultivo e quindi il risultato deve essere avallato anche dal voto del Parlamento.La Corte accetta le argomentazioni principali dei ricorrenti” e “non accoglie le argomentazioni avanzate dal governo, che ritiene questo voto inutile”, recita la sentenza resa nota oggi, 3 novembre.

Il governo, da parte sua, ha deciso di fare ricorso alla Corte Suprema poiché ritiene che il Parlamento, avendo emanato e approvato l’atto per indire il referendum sulla Brexit, ha di fatto delegato al popolo il potere di decidere sull’uscita o meno del Regno Unito e quindi un secondo voto sarebbe inutile.

Questa decisione presa dall’Alta Corte ha un’importanza fondamentale per le sorti del Regno Unito. Cosa accadrà adesso? Certezze non abbiamo, ma gli scenari che si aprono non sono così favorevoli al governo.

In linea generale, possiamo dire che il termine fissato dalla May per marzo 2017 potrebbe facilmente essere ritardato dal Parlamento. Gli MPs sono infatti in gran parte favorevoli al Remain, quindi potrebbero insistere affinché il governo attivi l’articolo 50 solo quando il Parlamento sarà pronto, ossia quando sarà d’accordo sul testo da concordare con l’Unione Europea per stabilire le condizioni d’uscita.

In sintesi, è molto improbabile che il Parlamento avversi la volontà popolare, visto l’importanza che è stata data al referendum, ma sicuramente potrà fare pressione sul governo affinché non adotti una strategia di “hard Brexit”, cioè di rottura totale con il libero mercato e l’UE.

“Il campo del remain ha ancora la maggioranza nella House of Commons, se si unisce il Partito Laburista, SNP e i Liberal Democrats e i circa 185 deputati Tory a favore di questo fronte. Se tutti votassero uniti come hanno fatto il 23 giugno, la loro decisione potrebbe bloccare la Brexit”, scrive Jonathan Freedland, giornalista del The Guardian.

“Tuttavia, non lo faranno. Troppi vedrebbero questo voto come un’offesa costituzionale al verdetto popolare espresso nel referendum. Altri hanno più praticamente paura di contraddire le volontà del loro elettorato locale, perdendo così la loro poltrona.”

“Questa paura, però, può sorgere solo nel caso in cui Theresa May presenti alla Camera una mozione di un rigo che chieda solo di attivare l’articolo 50. Nel caso invece in cui May proponga una legislazione dettagliata, le cose potrebbero cambiare: i parlamentari potrebbe dire che mentre il popolo ha votato per uscire, non ha votato per quel tipo di uscita”. Si darebbe quindi la possibilità al Parlamento di rimandare l’attivazione delle procedure di uscita del Regno Unito e di adottare una Brexit più soft.

Anche Dreda Say Mitchell, a favore del Leave, ha scritto sulle pagine del The Guardian che il Parlamento potrebbe cambiare le sorti del Regno Unito, ma così facendo “la fiducia del popolo nei confronti delle istituzioni si ridurrà ulteriormente”.

Secondo il leader dei Liberal Democtats, Tim Farron, “è fondamentale che il parlamento adesso lavori in maniera produttiva e sinergetica per ottenere il migliore accordo possibile da portare all’Europa. Dato il termine di due anni entro cui completare le trattative con l’UE una volta attivato l’art. 50, è importante che il governo chiarisca i contenuti delle negoziazioni al parlamento, prima di votare sulla questione”.

“I cittadini britannici hanno votato per una partenza ma non per una destinazione, quindi quello che conta è permettere loro di votare nuovamente quando sarà raggiunto l’accordo finale, dando a loro la possibilità di dire no se ritengono irresponsabile una hard Brexit che mette a repentaglio la nostra economia e il mercato del lavoro”.

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