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E’ ufficiale: Londra è (ancora) la città più smart al mondo!

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Per il quarto anno consecutivo, cioè dal 2017, Londra si è piazzata prima nel ranking Cities in Motion Index stilato dal Center for Globalization and Strategy della IESE Business School, coordinato dai professori Pascual Berrone e Joan Enric Ricart. In parole povere, la metropoli britannica è stata riconosciuta la città più smart al mondo, per un podio composto da New York e Parigi. La top ten comprende poi Tokyo, Reykjavik, Copenhagen, Berlin, Amsterdam, Singapore e Hong Kong.

Un ottimo traguardo, quello conseguito dalla capitale, se si pensa che la classifica annuale prende in considerazione il livello di sviluppo di un totale di 174 città, secondo nove parametri ritenuti fondamentali per rendere veramente sostenibile lo sviluppo urbano. In particolare, il primo posto di Londra è stato conquistato grazie a performance superlative per quanto riguarda il capitale umano (cioè la capacità di attrarre e sviluppare talento e professionalità), la proiezione internazionale, la governance, la pianificazione urbana, mobilità e trasporti e tecnologia.

Londra risulta, invece, piuttosto carente, sempre relativamente a livelli di eccellenza, per quello che riguarda l’ambiente (35esimo posto) e soprattutto l’elemento chiave della coesione sociale (un deludente e preoccupante 64esimo posto). In un momento storico in cui due temi come il cambiamento climatico e le politiche sociali portate alla ribalta dal COVID-19 sono all’ordine del giorno, si tratta di due campanelli d’allarme per Sadiq Khan, il cui operato è comunque da considerarsi più che positivo. Il report effettuato sottolinea, infatti, che per quanto non soddisfacenti, ogni anno questi aspetti hanno mostrato sostanziali miglioramenti.

Un altro fattore da non sottovalutare, per quanto non facente parte di quelli ufficiali (ma comunque rubricale sotto l’etichetta “tecnologia”), è il ruolo centrale di Londra nell’incubazione di start-up e come casa di tantissimi programmatori e innovatori. Non è un caso che tra le indicazioni dello studio ci sia quella di una rinnovata collaborazione tra settore pubblico e privato, anche per assicurare una ripresa più veloce dopo la pandemia da Coronavirus.

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I due accademici che hanno curato lo studio hanno colto l’occasione per stilare una serie di raccomandazioni per tutti gli amministratori pubblici, che si trovano a dover affrontare la sfida della ri-progettazione urbana dopo una pandemia che in primis ha ridisegnato gli spazi cittadini. Per esempio, coesione sociale ed economia dovranno andare a braccetto per garantire una migliore qualità di vita ai cittadini, identificando quelli che sono le priorità su cui investire risorse, tempo e sforzi comuni.

La pandemia in un certo senso collabora anche con il riscoperto spirito ecologista: il turismo di massa non è più una possibilità così appetibile per tante città, ma allo stesso tempo i negozi fisici sono sempre più svantaggiati nei confronti dei competitor online; urge poi ridisegnare il trasporto pubblico.

Altri aspetti che andranno migliorati sono per esempio la capacità di adattamento della città e delle sue infrastrutture, in special modo sanitarie, a eventi traumatici e dirompenti. Ciò significa anche rivedere il collegamento con la periferia e l’aperta campagna che circonda le metropoli, sviluppandone l’interdipendenza.

E il resto del Regno Unito come se la cava? Di certo non bene come Londra, in quanto per esempio la prima città britannica a comparire sulla lista è Edimburgo al 47esimo posto, seguita da Glasgow al 66esimo e da Manchester al 71esimo. L’Italia in un certo senso si conferma Paese di seconda fascia, giacché le due capitali – effettiva e “morale” – del Paese sono equiparabili alle due città scozzesi appena citate: Milano si trova infatti al 41esimo posto e Roma al numero 75.

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