“Miss Saigon” a Londra: il musical dell’anno!

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È l’evento dell’anno.
Hanno deciso che 10 anni in scena tra il 1989 e il 1999 non erano abbastanza e l’hanno rimesso in
cartellone.

A giudicare dalle vendite, hanno fatto bene perché i botteghini sono esplosi.
Miss Saigon è il fratellino minore di Les Misérables, ha gli stessi papà – Schönberg e Boublil, gli autori
mangiarane – e lo stesso zio – Cameron Mackintosh, il gentiluomo britannico che produce.
Come tutti i fratellini minori è ribelle e bizzoso, ma lo amiamo per questo.

Più sboccato e casinista di Les Mis, ma con issues familiari analoghe: sostanzialmente è una Madama
Butterfly moderna, anche qui la protagonista esercita l’antica professione, e non fatevi grandi illusioni
perché sappiamo tutti come finiscono le mignotte a teatro.
Fatevi due conti sulla Traviata, la Butterfly, Fantine, Grizabella,Tosca e Mimì che proprio mignotte non
erano ma la elargivano con disinvolta generosità.

Ecco, fatto il riassunto? Non sperate nell’happy ending.
Siccome francesi e inglesi si vedono come il fumo negli occhi, per collaborare dovevano trovare qualcuno
che gli stesse sulle balle ancora di più e infatti Miss Saigon parla malissimo degli americani.
Anche perché ambientare una storia durante la guerra in Vietnam e parlare bene degli americani non è
facilissimo.

Comunque c’è questo circolo di incontri multiculturali, altrimenti detto bordello, dove il soldato Chris, che è
bravo, buono, bello ed è lì controvoglia, incontra Kim, che è brava, buona, bella ed è lì più controvoglia di
lui.
Lei ha 17 anni, arriva da un villaggio di contadini, presumibilmente non parla una parola di inglese e ha
l’istruzione di una canna di bambù; lui è un energumeno newyorkese in mimetica e non si capisce cosa
abbiano in comune, ma si innamorano come pere cotte e tubano felici incuranti del fatto che Saigon nel
1975 non fosse precisamente Disneyland.

Quando la città cade in mano ai cattivi (perché vabbè, gli americani sono buzzurri, ma i cattivi veri sono
sempre i comunisti), Chris giura, promette, garantisce e assicura a Kim di portarla in America e quindi
ovviamente la lascia lì.
Passano 3 anni, Kim vive in una prestigiosa baraccopoli di cartone pressato dove viene ritrovata dal suo
promesso sposo del villaggio, nel frattempo diventato un simpatico gerarca nordvietnamita, che le giura
amore eterno; poi scopre che ha avuto un figlio dallo yankee e amorevolmente cerca di ammazzare il pupo.
Kim si infastidisce un tantino e per non saper cosa fare, ammazza il gerarca.

Nel frattempo Chris sta comodamente in un attico a New York con una sventolona di moglie
americanissima, ma è tormentato dai ricordi e ogni tanto nomina Kim nel sonno. Per dire che soffre, povero
caro.
Il suo amico John, che in Vietnam smignottava in giro come se i suoi corpi cavernosi non avessero un
domani, si rende conto che potrebbe aver disseminato prole come verderame sui campi in tutto il Sud Est
asiatico, e preso dai rimorsi mette in piedi un comitato di recupero marmocchi.

Udite udite, scoperta l’esistenza dell’infante che Kim ha avuto da Chris, i due vanno in missione di salvataggio, che non sto manco a dirvi come finisce perché l’avete già capito.
Diciamo che al marmocchio va meglio che a Kim, và.

Quello che rende sensazionale l’opera è, nell’ordine:
le scenografie, un rutilare di marchingegni e diavolerie semoventi che secondo me hanno lo stesso
architetto di Hagwarts e ti fanno venire voglia di tirare fuori il meccano e scatenare il delirio;
il pathos emotivo, cioè quella particolare alchimia che fa sì che io vada a teatro con mia sorella, rinomata
chirurga che parla 4 lingue ed esca con uno straccetto fradicio di lacrime che a stento si trascina sulle
gambe;

Gigi e The Engineer, ossia i due personaggi più amari, caustici, spietati e politically uncorrect del musical
contemporaneo; due figure apparentemente di contorno che in realtà si mangiano i protagonisti.
Sì, perché Kim e Chris insieme sono piuttosto stucchevoli, tutto un tubare felici e scemi; separati lei ancora
è accettabile, ancorchè piuttosto patetica, ma lui è da mandarlo a calci sulla Luna. Non so se traspare, a me
Chris non è simpaticissimo.

Gigi invece è tragica, consumata, una puttana stanca e consapevole, di tutt’altro spessore rispetto alla Kim
del primo atto.
E The Engineer è the coolest guy on earth, un filibustiere dichiarato fino all’impudenza, satirico, pungente,
acido come una limonaia siciliana trapiantata in Svizzera e infatti gli vengono affidati i passaggi
politicamente più significativi.

Leggetevi per bene il testo di The American Dream, prima di andare a vederlo a teatro.
Se non vi vengono i brividi siete fatti di legno.
Oppure siete Nixon.

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