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Boris Johnson si dimette da ministro degli Esteri, governo May in bilico

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A meno di 24 ore dalle dimissioni di David Davis, l’ex ministro per la Brexit, il governo di  Theresa May perde un altro pezzo. Stavolta è toccato a Boris Johnson, ministro degli Esteri della Gran Bretagna. E ora è tutto in bilico, primo ministro e Brexit inclusi.

Pareva tutto risolto. Dopo dodici interminabili ore di trattative a porte chiuse nella residenza di Chequers, la May sembrava aver incassato il sostegno totale al proprio piano di Brexit; un piano che prevede la permanenza del Regno Unito nell’area di libero scambio con la UE, un sistema di integrazione e mobilità tra i cittadini europei e la Gran Bretagna e il mantenimento di fatto degli attuali rapporti commerciali e giuridici. La cosiddetta Soft Brexit che fa storcere il naso ad alcuni, poiché tradirebbe gli intenti espressi dalla popolazione col referendum sull’uscita dall’Europa.

Tuttavia, nel partito dei Tories è arrivato il redde rationem degli attriti registrati negli ultimi mesi, e a guardare all’indietro quasi viene da domandarsi com’è che la situazione non sia implosa prima. Dopo il colloquio con la May domenica scorsa, Davis ha annunciato le proprie dimissioni; e a stretto giro di posta sono giunte quelle di Boris Johnson che, tra parolacce e risentimenti, ha rilasciato dichiarazioni al vetriolo:

“Il sogno sta morendo, soffocato da insicurezze non necessarie.  Abbiamo rimandato decisioni cruciali […] col risultato che sembriamo essere indirizzati verso una specie di Brexit a metà, con larghe parti dell’economica ancora sotto shock dal sistema UE, ma senza alcun controllo da parte del Regno Unito su tale sistema.”

Sono passati due anni dal referendum, e a tutt’oggi -a parte l’accordo sui diritti dei cittadini europei postBrexit– ancora non si vede luce in fondo al tunnel, in un senso o nell’altro. Il timore di contraccolpi apocalittici ha infatti innescato un meccanismo di ripensamento che va a ondate, e che sta creando un’ingestibile instabilità. Tant’è che, alla luce degli ultimi eventi, gli scenario possibili secondo gli esperti sono quattro; e ognuno porta in dote una gran quantità di contropartite:

  • Rafforzamento del governo May attuale
  • Un nuovo leader di partito potrebbe spodestare la May e diventare il nuovo primo ministro, con Johnson tra i candidati più papabili
  • Elezioni anticipate verso l’autunno, con la possibilità che vinca il laburista Jeremy Corbyn, ribaltando così totalmente la situazione
  • Secondo referendum sulla Brexit prima di marzo 2019, e sull’accordo finale UK e UE; in pratica, una seconda consultazione per legittimare la Soft Brexit.

Il tutto, sempre sperando che le parti in gioco trovino un accordo, il che non è scontato visti i prodromi e la confusione d’intenti che regnano all’interno dello stesso governo. Per ora, al posto di Johnson è stato piazzato Jeremy Hunt, una figura molto vicina alla May e considerata moderata, in attesa della nomina definitiva del nuovo ministro degli Esteri.

Nelle prossime ore, e dopo gli incontri coi deputati conservatori, conosceremo l’effetto a catena di queste defezioni. Per ora, l’unica certezza è l’incertezza.

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